I
Bignami della natura
(gita in Sila dal 7 al 9 agosto 2013)
di Giorgio Massacra
Indice:
1-
Il confronto dei
piedi.
2- No-insect-land.
3- Noiseless-land.
4- Le bolle di sapone.
5- Il tripudio del salume.
6- L’abbraccio dei larici giganti.
7- Lo spread.
8- Don Quixote in Sila Grande.
9-
I Bignami della
natura.
10- Potlatch, Omero e ospitalità British.
11- I croccantini universali del
“Mondo Nuovo”.
12- Chilometri zero.
Personaggi:
- un giovane padre di 41 anni, maestro
di fisarmonica e concertatore;
- il figlio superstar, di 4;
- una filosofa epistemologa
Rai-indipendente, studiosa dei qualia;
- un padre barbuto ottantenne, qui anche
come narratore.
1. Il confronto
dei piedi.
Al mattino, verso le otto, in attesa del
breakfast (compreso nel prezzo) due del
gruppo scendono dalla mansardina sotto lucernaio cm. 40x40, facendo lap per la stretta scala a chiocciola di
metallo e si fermano a fare due chiacchiere decaffeneinizzate nel tinello del B&B full
Ikea, dove il padre anziano ha dormito in divano letto bianco Ikea. Seduti sulle
traballanti sedie vecchio west Ikea, si trovano sotto gli occhi i piedi quasi
nudi negli infradito (ma non hawaiani), che non trovano posto sotto il
minuscolo tavolino Ikea-Baronissi. Essendo le loro estremità inferiori lì allo
scoperto, le guardano, e il padre giovane prende il destro (il destro inteso come
occasione, opportunità, non come piede) per vantarsene. Dice che i suoi sono
belli, flessuosi ma virili, arcuati al punto giusto, piccoli ma non minuscoli.
Insomma, perfetti, dice, mentre agita le dita, distende la pianta e la gira a
destra e sinistra come su una griglia a rosolare sotto ogni profilo, quello esterno
e quello dell’arcata. A questa provocatio
ad exibendum, come può resistere la filosofa epistemologa? come può nascondere
di avere anche lei piedi di ottima fattura? Così estrae da sotto il tavolino Ikea
da 149 euro quello destro, lungo e sottile, dalle unghie laccate blu notte, vantandolo
come il pezzo pregiato del proprio corpo (assieme all’altro, ovviamente). A questo
punto il padre giovane si alza per far vedere che oltre ai piedi c’è di più,
ovvero lo stacco della gamba, anch’essa bella e dritta, dice; e non certo per una
semplice impressione personale (o pulsione narcisistica), poiché, pur non
avendo partecipato a concorsi di bellezza, può annoverare sul punto notevoli
riscontri di valore oggettivo. Si era così
venuta a creare, nel tinello Ikea, un’atmosfera decisamente podologica, cui non
risultava estraneo nemmeno il genitore anziano, soprattutto per via di un certo
sentore olfattivo percepito dal sensibilissimo fiuto della filosofa
epistemologa (che più tardi rivelerà di essere in grado di avvertire addirittura
l’odore degli scarafaggi. Perché lei li annusa, quegli insetti schifosi,
soprattutto quando l’aria è umidiccia, e, orientando l’organo olfattivo a
destra e a manca, le sente, quelle bestiacce. Una volta ne ha vista una volare;
era grossa come una capra …. Ma che mi fate dire, che c’entrano le capre?
Diciamo come un cervo … volante, però), ma anche per l’equilibrio nella forma e
nella misura delle sue vecchie pedagne. Insomma, tutti insieme, sei piedi a 5
stelle (absit iniuria Grillis).
Quelli del bambino erano ancora su in mansarda a riposare insieme con il loro gestator. E, d’altronde, in un umano di
quattro anni, riccioluto e dagli occhi a mandorla grandi come fanali, non sono
certo i piedi a fare la differenza.
- Per una
informazione generale sull’argomento dei piedi, cfr. J. M. Le Clézio - (premio
Nobel per la letteratura nel 2008), Storia
dei piedi e altre fantasie, Gremese, 2013, p. 318, euro 20; v. anche J. M.
Snyder, Foot Fetish, JMS Books LLC,
2010, p. 6.)
2. No insect-land (terra-senza-insetti).
Nel 1962 Rachel Carson pubblicava Primavera silenziosa, il libro che deflagrò
nel mondo di allora come una bomba ecologica, rivelando per la prima tutta la
drammaticità del problema ambientale. Con la scomparsa di insetti e uccelli, la
colonna sonora della campagna di una volta spariva, annientata dall’uso
massiccio dei pesticidi nell’agricoltura industrializzata.
Il ricordo di quell’opera si riaffaccia
alla nostra mente a causa della totale assenza, qui in Sila, di insetti
fastidiosi o nocivi come mosche, zanzare, scarafaggi, formiche. Eppure
l’altopiano è popolato di vacche al pascolo, e altri animali, anche selvatici
con tutta la loro sequela di cacche. Se ci si rallegra, da un canto, per la
comodità della situazione, dall’altro ci si preoccupa non poco per la questione
ecologica. Come saranno riusciti ad eliminare tutte quelle specie di insetti? dove
siamo capitati: in una sorta di laboratorio ecologico mengheliano ottenuto con
lo sterminio scientifico e programmato di tutti quegli esseri che, pur sgraditi
ai turisti schizzinosi, rendono possibile la vita e l’equilibrio biologico?
Niente mosche, la dannazione biblica di
tutti i picnic; niente zanzare, la persecuzione storica delle genti umane dal
paleolitico all’olocene dei giorni nostri; niente formiche, né le feroci rosse,
né quelle carnivore, capaci di divorare buoi interi, né quelle nere, piccole e
innocue, ma tanto golose delle nostre colazioni al sacco. Scarafaggi? neanche
l’ombra, non il menomo sentore (v. supra).
Manca assolutamente il frinire delle
cicale, che assorda le campagne assolate delle pianure calabre, togliendo il
sonno agli umani spossati dal lavoro del mattino e bisognosi del meritato
riposo della controra. Ma ci dicono che la cosa sia del tutto normale, a queste
altitudini.
Unica deroga naturale alla
deinsettizzazione dell’ambiente è quella dei grilli, che emettono dovunque i
loro trilli tremuli e delicati, vera colonna sonora delle passeggiate più
rasserenanti fra i boschi di conifere e le ampie radure gialle di grano sotto
il cielo turchino e le nuvolette innocue come farfalle.
Sbalorditi e allarmati, stiamo per
connetterci con il mondo attraverso i nostri tablet per documentarci sul fenomeno e denunziarlo al mondo, quando
avvertiamo il suono variegato di molteplici uccelli: un concerto di versi,
trilli, gorgheggi, tweets
(cinguettii), goglottii (forse i tacchini), zirli (tordi), chioccolii (merli e
fringuelli) garriti (rondini), prodotto da una sorta di orchestra di neue musik invisibile, allocata fra i
rami degli immensi pini silani. Il maestro Gesualdi, cultore di “musica contemporanea”
se ne compiace assai. Noi tutti ci rassereniamo e riponiamo i nostri tablet. Niente Rachel Carson, da queste
parti.
-
(v. Rachel
Carson, Silent Spring, Houghton e
Mifflin, 1962; v. Primavera silenziosa,
Feltrinelli, 1999, p. 336, euro 8,78).
3. Noiseless-land (terra senza rumori).
Nel grande altopiano di 150 mila ettari,
il più esteso d’Italia, si sentono solo stormire le foglie dei pini e dei
larici, fra le brezze di mare che arrivano fin quassù, si mescolano con le
gagliarde correnti d’aria montana, e fluttuano sibilando sospiri di vento
profumati di resina e tamerici marine; e versi di uccelli. Quell’8 di agosto,
in una piccola radura sotto i pini della grande Fossiata, un rivolo di note,
flebile come un ruscello di montagna, usciva dallo smart del maestro concertatore, diffondendosi per l’aria quieta
come semini volanti o le scintille di un fuoco verso la fine: “ricordi,
sbocciavan le viole, “l’amore che strappa i capelli è perduto ormai”. Volavano
via, così, le scintille del canto, parole perdute fra i rami e gli aghi dei
pini. “ma come fan presto ad appassir le rose”, “non resta che qualche
svogliata carezza,e un po’ di tenerezza”.
Nessun altro suono, soprattutto nessun
rumore molesto. Né schiamazzi di gruppi di visitatori alticci, canti di
montagna scordati, urla di richiamo da un colle all’altro per far sapere a
tutti che “ci siamo anche noi, quassù”, né gracchiare di radioline, roboare di
portoricani, frastuono di chitarre, organetti, flauti, cornamuse, tamburelli,
percussioni. Niente di tutto questo, nemmeno nelle cittadine tappezzate di
negozi di souvenir e bar e ristori e pizzerie e alberghi. Sembra di essere in
Svizzera.
“Cosa sarà successo”? ci chiediamo,
immaginando che in Sila sia stato realizzato in via sperimentale il vecchio progetto
di un trapianto totale di popolazioni dalla Svezia, dalla Svizzera o dalla
Finlandia qui al sud al posto degli indigeni, mandati a disperdersi in Cina fra
i miliardi di musi gialli, immunizzati dalle mafie e ndranghete altrui, grazie a
quelle proprie, più efficienti e feroci.
Strologhiamo le carte, consultiamo le
guide, interroghiamo i presenti, cerchiamo di connetterci con le autorità
locali, ma nessuno ne sa niente. “Non ci posso credere”, commenta la
epistemologa, come si usa dire oggigiorno di fronte agli accadimenti più comuni
e normali di questo mondo (ma in questo caso espressione azzeccatissima).
Sta di fatto che da bar, negozi,
ristori, pizzerie, bazar, bistrot, discoteche (niente, qui non ce ne sono), supermercati
e quant’altro non prorompono ossessive musicacce azzecca-turisti, tarantelle
calabre e salentine, o canti folkloristici “posticci e assurdi” (che possono anche
avere un benefico effetto: quello di far odiare il “buon tempo antico” e
apprezzare la comune vita moderna, con la sua musica più varia e a volte raffinata,
anche se in versione pop).
Il tanto aborrito inquinamento acustico,
una delle maledizioni della vita moderna, che toglie il sonno agli umani,
sconvolgendo i bioritmi e provocando forme sempre più diffuse di disturbi
mentali e del comportamento, oltre che autentica follia, qui non esiste.
-
(S. Pivati, Il secolo del rumore. Il paesaggio sonoro
nel Novecento, Maggioli, 2011, p. 192, euro 14; Fabrizio De Andrè, Canzone dell’amore perduto).
4. Le bolle di
sapone.
Tenere i bambini non è cosa facile, quando
non c’è la mamma che li accudisca con le sue arti di seduzione e di badanza.
I padri, con i figli, sono sempre nei
problemi, soprattutto quello di reggere il confronto con il concorrente
genitoriale femminile, sempre al primo posto nel cuore del piccolo di uomo. Una
concorrenza che si fa di giorno in giorno più stringente e ineludibile, di
fronte alle probabilità sempre maggiori di fallimento matrimoniale e di
conflitto per l’affidamento dei figli. I padri si trovano di solito nella
condizione degli insegnanti di scuola privata, costretti a trattenere i propri
allievi-clienti, con ogni genere di blandizie e di agevolazioni, che riducono
la funzione educativa ad una sorta di intrattenimento ludico da paese dei
balocchi; senza, però, la giusta soddisfazione di vedere gli allievi trasformati
in ciuchi. Che è proprio quello che succede, ma gli insegnanti non ne possono
menare vanto né prenderci gusto, essendo loro responsabili di quella
trasformazione ciuccigna.
Ma non è certo questo il caso del padre
giovane e del suo giovanissimo figlio, il cui rapporto poggia su sani e saldi
principi di responsabilità e rispetto reciproco. Tanto è vero che nessuno dei
soliti capricci infantili si è manifestato nell’arco di ben tre giorni
trascorsi in completa assenza materna e nonostante il normale stress di una
vita di continuo movimento fuori del proprio ambiente.
Inevitabile, comunque, che di sera le
emozioni della giornata producessero una vivacità infantile allegra fino a
tarda ora.
La filosofa, ospite della stanza
contigua a quella del bimbo, pensa a qualcosa di defatigante che conduca al più
presto il piccolo al sonno ristoratore.
E la lampadina le si accende nel vedere
in uno dei tanti bazar disseminati per le strade del piccolo centro turistico
gli apparecchietti cilindrici per fare le bolle di sapone. Ne compra qualcuno,
e, dopo la cena nel B&B, estrae il
defatigatore a bolle dalla borsetta e invita il bambino al gioco. Un successo
strepitoso! Al volare delle sfere iridescenti, il piccolo salta, insegue,
afferra, ride, urla, gioisce, gridando “io adoro le bolle, adoro le bolle”! Il
terrazzo si riempie di colori e di grida, di sapone volante e riccioloni
all’aria. La trappola ha funzionato e ogni tentativo del piccolo di resistere
al sonno è assolutamente sventato.
-
(J. B.
Siméon Chardin (1600-1779), Les bulles de Savon, E. Manet, 1867; M.
Cazzanelli, K. Sorarut, L. Tamanini, Matematica
e bolle di sapone, un viaggio alla
scoperta di strutture geometriche e principi variazionali. Fascicolo del
Laboratorio di Ricerca sui Materiali e Metodi per la Didattica e la
Divulgazione della Matematica, Trento, 2001).
5. Il tripudio
del salume.
Descrivere per verba li salumi/ che nella Sila sono ammonticchiati/ nelli
negozi e ne’ supermercati/ non è cosa che possa umana penna/- direbbe il Sommo
Poeta, /capitato quassù per una gita / in Paradiso appresso a Beatrice/ (anche
la Borromeo potrebbe bastare, pro veritate). Ci sono salumerie grandi come
supermercati, dove torreggiano cataste, cumuli, montagne, colate laviche,
dirupate di salumi di ogni genere: salamelle, capocolli, culatelli, prosciutti,
finocchioni, san Francesco classic, salami di felino, guanciali, lardi,
cacciatori e cacciatorini, pancette affumicate, ciccioli, soppressate, salsicce
e tonnellate di ‘nduja.
Nell’entrare in uno di questi templi
dedicati al culto del Dio Maiale, di fronte alle meraviglie gastronomiche
accatastate sui banchi golosi, il maestro concertatore viene preso da una sorta
di raptus acquisitorio, che cela dietro l’aria asettica, distaccata, del bluffeur nel gioco del poker: “compro il
negozio”, dice.
In altri tempi gli eserciti dei barbari
invasori di passaggio, dalle truppe di Alarico agli armati di Annibale, alle
orde dei longobardi o de’ normanni o dei saracini non avrebbero dovuto
sobbarcarsi alla fatica di saccheggiare nelle campagne il grano nemmeno
macinato e la carne ancora viva di buoi, maiali, capre, pecore, cavalli, muli,
ciucci, con tutto il lavoro che ci voleva a renderli commestibili (e, poi,
contadini e pastori scappavano con le loro bestie, facevano guerriglia,
resistevano, gridavano come matti, mentre le loro donne cercavano di distrarre
gli invasori più giovani, allettandoli con il sesso). Avrebbero potuto sfamarsi
con i salami di questi megastore del salume, e riempirne sacche, some, selle,
carriaggi, dispense mobili, schiavi appiedati,
donne di malaffare al seguito, e tutta la turba dei poaracci sempre appresso agli
eserciti per racimolare rifiuti di cibo (assieme a botte, pidocchi, pulci,
cimici, piattole, tafani, sgarrafoni) e morire per indigestione di salumi, e
ciononostante lasciare ancora tanto cibo, insaccato o meno, da ammazzare
migliaia e migliaia di turisti golosi di questi alimenti così pestilenziali per
la salute umana (si riporta che molti di questi golosacci muoiano al solo
vedere quelle meraviglie del palato e così, almeno si risparmiano la spesa
dell’acquisto, similmente a quanto succede ad anziani amanti che, avendo preso
dosi massicce di Viagra, Cialis, Levitra o capsaicina calabrensis, muoiono
dall’emozione al solo vedere la femmina dopo anni ed anni di completa
astinenza, anche visiva o addirittura mentale).
Non oso immaginare quello che avrebbe
scritto il Rabelais di una visita del suo Gargantua a quelle gigantesche
riserve di cibo per l’umanità presente e futura; delle pantagrueliche orge alimentari
con divoramento di intere salumerie, negozi e fabbricati compresi, e degli tsunami
di feci tanto gigantesche da coprire intere foreste, prosciugare laghi montani,
seppellire montagne di duemila metri.
-
(P. Villari, Le invasioni barbariche in Italia,
Hoepli, 1901, p. 480; F. Rabelais, Gargantua
e Pantagruel, a cura di Silvia Masaracchio, Bacheca Book, 2010. Gargantua
nasce dal gigante Grandgouser e da Badebec, che muore di parto a causa della corpulenza
del figlio. Il nome Pantagruel, figlio di G., significa “tutto al contrario”.
Gargantua viene partorito da un orecchio di sua madre, Gargamelle).
-
6. L’abbraccio
dei larici giganti.
In località Croce di Magara esiste un
parco di larici altissimi, chiamati Giganti del Fallistro. Sono vecchi di oltre
trecento anni (l’albero più antico della terra è una quercia di 13 mila anni; i
larici dell’Alto Adige arrivano a 700 anni) e si tengono su a fatica, grazie
anche al sostegno degli sguardi ammirati e compassionevoli dei visitatori, che
percorrono fra quelle enormi piante una deliziosa pista di legno con staccionata
ad una sola barra trasversale che si alza da sinistra a destra (a differenza di
quelle romane, che ne hanno due incrociate). Ogni pianta ha una legenda con la
indicazione delle misure, in altezza e diametro del fusto. Fra quelle
bellissime conifere, che si elevano fino al cielo, rischiando la vita contro i
venti e i fulmini, ce ne sono due che si difendono con un abbraccio tenerissimo
ad un’altezza inverosimile. Uno dei due larici con un ramo sostiene il tronco
dell’altro, che si piega mollemente all’abbraccio, con la grazia carnosa con
cui il Bernini segna lo sprofondare della mano bramosa di Plutone nella morbida
coscia della bellissima Proserpina, che più resiste al ratto, più la carne si
piega alle voglie del re degli inferi.
Altre due di quelle conifere si
incrociano in alto, verso i trenta metri, come due spade incrociate in un
duello senza fine, o due anziani che si sostengono l’un l’altro senza avere la
voglia di unirsi in un abbraccio amoroso.
Sono pochi, ormai, quei giganti, e
qualcuno di loro giace a terra, a pezzi, ove “sé spande” senza vita, “né più
coi turbini tenzona”.
-
(G. Pascoli, La quercia caduta; G.L. Bernini, Il ratto di Proserpina, Galleria
Borghese, Roma; Parco Nazionale della Sila, I Giganti
del Fallistro).
7. Lo spread.
Quanto più avanza il consumismo senza
limiti e senza scopo (salvo quello di arricchire i ricchi), che devasta il
pianeta in una folle corsa allo sfruttamento compulsivo di tutto, tanto più
cresce lo spread fra i Paesi incivili
e selvaggi come il nostro e quelli ancora riguardosi della storia e della
natura, in cui il rapporto fra uomo e ambiente è di rispetto intelligente e non
di rapina imprevidente (l’assonanza delle desinenze in “ente” è voluta: n.d.s.).
La vacanza è la cartina di tornasole
della inciviltà di un popolo. I vacanzieri aggrediscono tutti i luoghi
possibili come le cavallette della Bibbia, un vero flagello per l’ambiente e le
culture esotiche, le società tradizionali, la bio diversità. Essi preferiscono
le località marine, diventate spaventevoli lager
dei divertimenti posticci e cafonal, dove conta l’apparire, il comprare,
l’arraffare, l’esibire, il fare chiasso, il gozzovigliare, lo sbracare. La
cementificazione delle coste va riducendo sempre più gli arenili (in Italia si
sono ridotti di oltre il 40 per cento) non più alimentati dai depositi
alluvionali di fiumi, corsi d’acqua, detriti delle colline a mare. La montagna,
a parte alcuni insediamenti turistici, cementificati (tipo Cortina d’Ampezzo) come
le peggiori città di pianura, sono frequentati da gente diversa dal popolo buzzurrone
delle spiagge concentrazionarie: persone meno chiassose, sporcaccione, porcone;
disposte a fare fatica per guadagnarsi la soddisfazione del benessere fisico e
della bellezza; e quindi rispettose della natura, che conoscono in tutti i suoi
valori, e quindi apprezzano e proteggono.
Passano per i boschi senza intonare
oscene canzonacce di montagna farlocca, non spargono
cartacce-bottiglie-buste-di-plastica- cartigli-lattine-di-alluminio-carta-igienica
(igienica?! puhà), non imitano il veliname mediatico e politico à la manière de le piacione allevatrici
di cellulite al tanga, che esibiscono anche gli interna corporis (vorrei dire le interiora) in quelle ……discariche
di corpi umani sudaticci e sbrusegati dagli olii di frittura solare, che sono
le spiagge e i lidi marini.
Man mano che la società dei consumi
diffonde la sua logica inesorabile di mercificazione della vita, aumenta lo
spread di valore fra i soggiorni di montagna e quelli di massa nelle spiagge e
nelle altre bassure del mondo, cosi come si accresce il divario fra il costo
dei BTP (buoni del tesoro poliennali) italiani nei confronti dei bund tedeschi.
-
(Spread, film di David Mackenzie, con
Ashton Kutche e Anne Heche, 2009).
8. Don Quixote
in Sila Grande.
Questo capitolo è assolutamente
pretestuoso, ma non posso farne a meno, credetemi, sia perché mi sembra ineludibile
un omaggio al protagonista del più grande romanzo di tutti i tempi, di
qualunque cosa si parli; sia per un altro ottimo motivo che rivelerò solo verso
la fine del capo.
Partiamo dall’episodio dei mulini a
vento, cosi descritto in una traduzione un po’ decotta, ma forse, proprio per
questo, così romantic:
-Ed ecco intanto scoprirsi da trenta a
quaranta mulini da vento che si
trovavano in quella campagna; e tosto che Don Chisciotte
li vide, disse al suo scudiere: “La
fortuna va guidando le cose nostre meglio che noi oseremmo desiderare. Vedi là,
amico Sancio,
come si vengono manifestando trenta o
poco più smisurati giganti? Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di
vita, cominciare ad arricchirmi con le loro spoglie; perciocché questa è guerra
onorata, ed è un servire Iddio il togliere dalla faccia della terra sì trista
semente” – Dove sono, i giganti? Disse Sancio Pancia – Quelli che vedi laggiù,
rispose il padrone, con quelle braccia sì lunghe che taluno di essi le ha come
di due leghe. – Guardi bene la Signoria vostra, soggiunse Sancio, che quelli
che colà si discoprono non sono altrimenti giganti, ma mulini da vento, e
quelli che le paiono braccia sono le pale delle ruote, che percosse dal vento,
fanno girare la macina del mulino. – Beh si conosce, disse Don Chisciotte, che
non sei pratico di avventure, quelli sono giganti, e se ne temi, fatti in diparte
e mettiti in orazione mentre io vado ad entrar con essi in fiera e disegual
tenzone – Detto questo, diede de’ sproni a Ronzinante, senza badare al suo
scudiere, il quale continuava ad avvertirlo che erano mulini da vento e non
giganti, quelli che andava ad assaltare ……. (omissis). E gridava a gran voce: “Non fuggite, codarde e vili
creature, che un solo è il cavaliere che viene con voi a battaglia”. In questo
levossi un po’ di vento, per cui le grandi pale delle ruote cominciarono a
muoversi e Don Chisciotte soggiunse:
“Potreste agitar più braccia del gigante Briareo, che me l’avete pur da
pagare”. Ciò detto e raccomandandosi di tutto cuore alla Dulcinea sua signora
affinché lo assistesse in quello scontro, ben coperto con la rotella, e posta
la lancia in resta, galoppando quanto poteva, investì il primo mulino in cui
s’incontrò e diede della lancia in una pala ……….(omissis).
Qui finisce la citazione, e comincia la
mia riflessione donchisciottesca. Su colli, colline, dorsali e serre montane di
tutta la Calabria torreggiano centinaia di pali di un bianco candido come la
neve, alti ben 67 metri, del diametro di 5 o 6 alla base, mentre alla sommità
girano tre grandi pale lunghe 45. Se il cavaliere dalla trista figura avesse avvistato,
anziché i mulini, queste pale a vento alte più dei giganti della Sila, avrebbe
certo trovato insormontabili difficoltà ad arrivare fin lassù con la sua lancia
spuntata; e il biancore accecante di
quei pali gli avrebbe suggerito immagini non di giganti malefici, ma di
altissimi angeli a tre ali, figure celesti ai cui piedi il cavaliere senza
macchia e senza paura si sarebbe genuflesso a impetrare grazie e protezione, e,
chissà, anche aiuto per conquistare il cuore (e il resto) della sua madrina del
Toboso.
La natura celeste delle enormi creature sarebbe
convalidata dalla natura incorporea delle sostanze trattate da quelle sublimi
creature: non consistente grano per produrre sostanziosa farina, ma labile aria
per produrre invisibile energia elettrica.
Ma tutto ciò non basta a spiegare la
citazione del Don Chisciotte, perché in Sila di pale eoliche non v’è neanche l’ombra.
Ed è proprio questo, il punto: l’intero altopiano di 150 mila ettari, ricco di
vallate e di cime, spazzato dai quattro venti (tranne che d’estate, quando le
forti correnti di aria disturberebbero i tanti appassionati visitatori), è
totalmente libero dalla presenza di quei giganteschi totem al progresso
tecnologico e alle energie rinnovabili, cui la Sila da decenni contribuisce già
con i suoi grandi bacini idrici per la produzione di elettricità. Enormi piloni,
criticatissimi per l’impatto visivo sull’ambiente e il paesaggio, ma graditissimi
alla ‘ndrangheta, che pare ne abbia fatto un suo clamoroso e vistosissimo
business. Sparsi dovunque in Calabria, ma non qui, nelle verdissime e
incontaminate (almeno dalle pale eoliche) piano-alture silane.
Niente Immense bianchissime eliche
ruotanti sui piloni più alti dei più svettanti larici. Solo rami, foglie, cime
boscose: tutto verde-natura, da queste parti.
-
(Miguel de
Cervantes, El ingenioso hidalgo don
Quixote de la Mancha, 1615; Nina Pierpont, Wind Turbine Syndrom. A Report
on a natural Experiment, K-Selected Books, Santa Fe-New Mexico, 2009,
dollari 18).
9. I Bignami
della natura.
In località Cupone, nelle adiacenze del
lago di Cecita, la natura viene spiegata al popolo attraverso sentieri
attrezzati di passerelle di legno con staccionate del tipo di quelle descritte
nel capitolo dei larici giganti: comode, eleganti, in completa concordia con
l’ambiente. Gli itinerari sono tre: il mineralogico, il botanico ed il
faunistico. In poche centinaia di metri una facile e rapida informazione sul
patrimonio naturale dell’area: dalle rocce, ciascuna con la propria legenda, da
cui risultano la composizione e l’età di quegli enormi massi, lucidati nella
parte superiore, da sembrare marmi di grande pregio; alle specie botaniche più
o meno rare; a quelle faunistiche, dai mufloni, ai cervi, daini, caprioli,
osservabili da baracche di legno naturale attraverso apposite feritoie per non
disturbare i selvatici. Il tutto fra prati all’inglese accuratamente rasati,
gruppi di alberi accostati con la cura e la grazia dei dipinti giapponesi, eleganti
e sobrie costruzioni di architettura tradizionale per i servizi ed il museo naturalistico.
E, ai margini dell’area didattica, la linea imponente dei grandi boschi che segnano
i limiti della invadenza umana.
In poche centinaia di metri una
compendiosa epitome dei valori naturali, descritti con la intelligenza
sintetica e la cura meticolosa dei famosi libricini di sunti per le scuole
superiori: i gloriosi Bignami, tante volte migliori e più completi dei libri di
testo.
Ora, non per parlare male della
Calabria, ma sembra davvero di essere in un altro mondo. Compresi i visitatori:
discreti, gentili, miti, educati, cordiali senza fastidiose famigliarità. Dove
sono finiti, qui, “I selvaggi d’Europa” di Elmhirst o i “Calabri pessimi” di
Tacito?
-
(Editrice
Bignami, fondata nel 1931, Sesto San Giovanni (Mi), pubblicati finora 250 Bignamini,
Bignami o Bigini,
compendi
di argomenti vari, dalla chimica all’italiano, dalla filosofia alla matematica,
dalle lingue straniere alla storia dell’arte; P.J. Elmhirst, Nella terra dei “Selvaggi d’Europa”, Rubbettino,
2010, p. 108, euro 7,90).
10 Potlatch, Omero e ospitalità British.
Mettiamo subito le mani avanti
nell’affrontare il delicatissimo tema dell’ospitalità, attraversato dalla
letteratura e dalla filosofia per millenni: qua c’è da andare con i piedi di
piombo, cercando di non cadere nei trabocchetti retorici come quello di
Klossowski, che cerca di far passare l’offerta della moglie all’ospite (alla
maniera degli esquimesi) per una inversione dei ruoli di ospitante ed ospitato,
per cui il primo si renderebbe conto di essere lui l’estraneo e l’altro il vero
padrone di casa. “Per Jacques Derrida l’ospitalità non è semplicemente una
regione dell’etica, un suo capitolo delimitato e circoscritto, un suo modo o
“maniera” (anche nel senso delle “buone maniere”), ma l’etica stessa … se è
vero che ethos rimanda appunto
all’abito, all’abituale, alla abitudine, e quindi anche all’abitare, ed è anzi
la sua interezza: accogliere l’altro che viene, farsi abitare dall’altro, è, a
ben vedere, non solo l’imperativo di un’etica da riformulare nel confronto con
il problema dell’alterità, ma anche l’ethos
stesso della decostruzione, il luogo ospitale che si offre alla venuta
dell’alterità …..” (Gabrielle Baptist). Come capirete, c’è poco da scherzare.
Presso i popoli antichi l’ospitalità
aveva un carattere sacrale, fondato sostanzialmente sullo scambio di doni, come
nel potlatch amerindio. Ospite e
ospitante dovevano obbedire a regole inderogabili, la cui violazione avrebbe
potuto comportare la vendetta divina, oltre che quella umana, che Omero
rappresenta nella terribile strage dei proci, colpevoli di avere imposto con la
forza la loro presenza nella reggia di Itaca, comportandosi da padroni in casa
altrui mentre il vero padrone di casa era assente, errabondo per il
Mediterraneo. Comportamento sacrilego al massimo grado.
Paul Ricoeur applica il concetto di
ospitalità alla traduzione intendendola come il piacere di abitare la casa
altrui e di riceve in casa propria la parola dello straniero. Ma l’aspetto che
ci interessa del suo pensiero è il risvolto etico dell’ospitalità linguistica
che riguarda la necessità della mediazione fra la pluralità delle culture e
l’unità dell’umanità. L’ospitalità presenta un binomio sfida/felicità,
impossibilità/possibilità.
Il concetto di ospitalità riguarda
certamente anche i rapporti commerciali di chi ospita e riceve ospitalità
secondo le regole della ricezione in strutture di vario tipo, compresi i Bed & Breakfast come il nostro di
Camigliatello Silano. L’etica qui c’entra a vario livello, sia nel rispetto
degli obblighi legali (il prezzo, il rispetto dei beni locati, quello della privacy degli ospiti), sia nella
considerazione della personalità di chi viene accolto, sia ancora nel clima
dell’accoglienza. Questo è molto importante, ed è affidato proprio
all’imponderabilità del fattore personale, l’atteggiamento di chi accoglie, che
non è codificato, ed è quindi regolato soltanto dalla dimensione etica.
Succede spesso che coloro che ricevono soffochino
gli ospiti con attenzioni ridondanti, con smancerie untuose, subissandoli di
informazioni sugli allettamenti del territorio, le sue attrattive, e i percorsi
e i tempi di percorrenza, e stiano loro appresso come balie con i lattanti o
badanti con persone impedite nei movimenti o nella mente.
Ora debbo dire che il comportamento dei
nostri ospitanti è stato veramente perfetto: per niente confidenziale, famigliariccio,
colloso, opprimente, ostentatamente ossequioso, ma distaccato, senza essere
formale; vigile e attento senza esagerazioni.
Direi un atteggiamento molto British, o da Paesi nordici, in cui la
superficiale freddezza delle forme nasconde una profonda considerazione
dell’altro, della sua alterità. Dove l’ospite si sente abitato dai suoi
ospitanti e diventa il protagonista di quella sfida/felicità di cui parla il
Ricoeur.
-
(Pierre
Klossowki, Le leggi dell’ospitalità,
ES, 2012, p. 98, euro 18; Jacques Derrida, Anna Dufourmantelle, Sull’ospitalità, Dalai Editore, 2000, p.
132, euro 9,30; Omero, Odissea, a
cura di V. Di Benedetto, BUR, 2010, euro 12,50; Èmile Benveniste, Ospite, in Vocabolario delle istituzioni indoeuropee, 1969; P. Ricoeur, Sé come un altro, Jaca Book, 2011, p.
494, euro 39)
11. I croccantini universali del “Mondo Nuovo”.
Un tempo l’alimentazione degli animali
domestici era affidata al caso, e alla faciloneria dietetica dei padroni, che
davano loro da mangiare gli avanzi dei loro pasti, pieni di grassi, sughi,
amidacei; come se fossero dei maiali, bestie da ingrasso indegne di cure né di preoccupazioni
salutistiche. Tanto, i suini quanto a lungo devono vivere? un anno, ed è
proprio difficile che Sora Morte si industri a portarli via prima della mannaia
umana. Ora tutti questi nostri compagni di vita godono di una dieta unica a
base di croccantini: pallottole secche concentrato di tutte le sostanze
necessarie ad una vita salutare, equilibrata, completa: protidi, lipidi,
glucidi, vitamine, integratori. Se necessario, contengono anche antibiotici e
psicofarmaci, stabilizzatori dell’umore, calmanti od eccitanti (se destinati a
soggetti riproduttori). Cosa vada a finire in effetti dentro quelle pallottole,
non si sa, e non lo voglio sapere: immagino che animali interi, vivi come sono,
vengano triturati con ossa, code, denti, peli, merda e tutto, compresi gli
strazianti gemiti emessi nella prime fasi della lavorazione; quindi seccati in
forni enormi, a tonnellate. Sta di fatto che, appena svezzati dall’allattamento,
i cuccioli vengono nutriti a base di questi croccantini (o crocchette, come
alcuni li chiamano). Se sono prodotti di buona qualità, gli animali si nutrono
sempre e solo di quelli: una ciotola al giorno, per i cani, e basta. Si
mantengono sani e in forma, non ingrassano e fanno regolarmente la cacca.
I croccantini vengono somministrati
anche ai selvatici delle riserve faunistiche della Sila, dai mufloni ai cervi
ai caprioli ai daini. Non so se anche ai lupi, ma essendo essi canidi, non è da
escludere che anche quei predatori
vengano alimentati con i croccantini,
magari speciali, a base di volpi, lepri, cinghiali, e ungulati vari.
Sarebbe un bel progresso, alimentare gli
animali feroci con innocue crocchette disponibili in quantità illimitate in
modo da ripopolare le montagne delle loro zanne senza far danno ad altri
animali, che potrebbero così moltiplicarsi anche loro in santa pace. E lo
stesso potrebbe avvenire nelle Afriche e nelle grandi foreste equatoriali,
mettendo così le premesse per un mondo non violento, pacifico, che abbandoni la
feroce necessità della predazione prepotente e brutale. O diavolo, e che fine
farebbe tutta la favolistica basata sul terrore del lupo cattivo? La nonna di
cappuccetto rosso non verrebbe divorata nel proprio letto, tutta intera in un
solo boccone; l’agnello se ne starebbe tranquillamente a bere la sua acqua nel
ruscello, Pierino se ne impiperebbe delle minacce dei genitori. Uno
sconvolgimento impensabile, anche se un buon esempio per l’uomo, non più homini
lupus.
Voi obietterete che nei croccantini
vanno a finire milioni di povere bestie macinate e disseccate, ma questa triste
necessità potrà essere superata dalla creazione di carne clonata, già in fase
di sperimentazione sotto forma di bistecche prodotte in laboratorio senza
l’animale intero, con il suo cervello, la sua sensibilità al piacere e al
dolore.
Ora ci si chiede: non sarebbe possibile,
e auspicabile, che anche gli umani adottassero una alimentazione consimile? Non
solo per risparmiare tempo e danaro, ma anche per ragioni di salute e di
fitness? E di comodità, soprattutto per chi viaggia, e ha problemi di
stitichezza, o, al contrario, di evacuazione troppo facile, ché in tali casi si
userebbero le crocchette lassative o quelle astringenti.
Sembra che i primi astronauti venissero
nutriti a base di alimenti di questo tipo, ma sostituiti in seguito con piatti
di alta cucina, per evitare la monotonia dei lunghi viaggi extraterrestri (cui
si potrebbe ovviare anche con la presenza in equipe di escort femminili
e maschili; non si sa quanto funzionali, però, considerato che sulle capsule
spaziali verrebbero a mancare tanti degli stimoli che sulla terra rendono più
facili gli innamoramenti e le copule
umane, dai vestiti sexy alle gelosie e ai tradimenti e ai giochi d’amore). Ma si tratta di aggiustamenti temporanei, ben
sapendo che nelle lunghe trasferte spaziali del futuro saranno i croccantini a
dominare definitivamente la scena. Nel suo“Mondo Nuovo” Huxley non parla di
questi preparati, perché ai suoi tempi (1932) non esistevano, e non si
immaginavano neppure. Si parla, invece, di una sostanza chiamata “soma” (corpo,
in greco), sostanzialmente una droga simile alla marijuana, che serviva da
euforizzante e stabilizzatore della psiche, quindi una sorta di
psicofarmaco, invenzione profetica ben
più sottile e anticipatrice di un’epoca come quella attuale dove si fa un uso
spropositato di queste sostanze psicotrope, per controllare il comportamento di
milioni di persone disturbate dai ritmi folli di questa vita pazzesca.
Nel libro la droga era distribuita
gratuitamente dallo Stato a tutti i cittadini, fin dall’infanzia, per
condizionare mentalmente il popolo abolendo ogni forma di sofferenza, a partire
dai vincoli famigliari e amorosi, non più previsti dalla società del futuro.
Oggi, oltre alle droghe più o meno
pesanti, si è fatto ricorso a strumenti di controllo molto più raffinati e
condizionanti, come l’ossessione per i consumi, e la democrazia plebiscitaria,
che ne è la espressione politica, laddove i cittadini sono ridotti al rango di
consumatori, e trattati dal ceto politico di ogni colore, come clientes.
Ma quando la nostra alimentazione sarà
fatta di croccantini, là dentro ci metteranno tutte le sostanze necessarie a
farci dormire tutta la vita un sonno della ragione senza fine, dalla nascita
alla morte.
-
(Aldous Huxley, Brave
New World, 1932, trad. it. Il Mondo Nuovo,
Mondadori, 2007, p. 266, euro 14; Ernst Fraenkel, Die representative und die plebiszitaere Komponente im demokratischen
Verfassunsstaat, 1958, trad. it. La
componente rappresentativa e
plebiscitaria nello Stato costituzionale democratico a cura di L. Ciaurro e
C. Forte, Giappichelli, 1994; sui croccantini e altri cibi per animali, cfr. Il Salvagente, n. 16 dal 18 al 25 aprile e n. 18 dal 2 al 9 maggio
2013).
12. Chilometri
zero.
“Chilometri zero” non è soltanto un modo
per risparmiare sulla spesa alimentare e per avere cibi freschi dai campi vicini e per ridurre l’inquinamento
da anidride carbonica prodotta dai mezzi di trasporto su ruote; ma è anche una
filosofia di vita che si inquadra nelle strategie ecologistiche per salvare il
pianeta Terra dalla logica della crescita infinita che lo sta distruggendo. E
per salvare la specie umana da una corsa folle verso il possesso dei beni
materiali senza alcun riguardo per i valori morali ed il benessere individuale
e sociale.
Sotto il profilo economico si rileva che
un italiano su quattro ha scelto di passare le vacanze nella propria regione.
Ben sette italiani su dieci le hanno passate in Italia. Nell’estate del 2013 ben
l’87% dei nostri connazionali in vacanza, quando mangia fuori cerca menu locali
e hanno sempre più successo gli agriturismi, quando sono veri, e forniscono ai
clienti i prodotti freschi dell’azienda.
In Sila moltissime cose sono a chilometri
Zero. Dai prodotti alimentari come la pitta ‘mpigliata, le susumelle, i butirri,
i famosi caciocavalli silani, la ricotta affumicata, il capocollo, la salsiccia
e la pancetta, e la famosissima soppressata di Calabria, i vini rossi, e le
carni di produzione locale come il bel suino nero, purtroppo conosciuto dai
visitatori non come animale da parco o da compagnia, ma solo sotto forma di
prodotti di macelleria, oltre che di salami e salumi di ogni genere. Per non
parlare dei prodotti vegetali, dagli ortaggi, alle patate, ai legumi, ai funghi
porcini, esportati in tutto il mondo (mentre qui pare che arrivino quelli
cinesi, identici a quelli silani nella forma, nelle qualità organolettiche, nel
gusto; ma non nel prezzo).
Tutto a chilometri zero (tranne i
porcini di Pechino): come l’aria fresca di montagna profumata di resina, i
paesaggi rasserenanti di colli, monti e superfici lacustri, la pulizia dei
luoghi, il gorgoglio dei corsi d’acqua, il silenzio dei boschi, la sinuosità
delle strade che girano svagatamente fra le colline e le grandi radure e le
foreste fittissime.
Tutto a chilometri zero: dai versi degli
uccelli, alla gentilezza delle persone, alla totale assenza di quella furia del
divertimento forzato che impazza un po’ dappertutto altrove, nel vano tentativo
della gente di riempire i vuoti di una vita espropriata di ogni senso umano;
per cui la “vacanza” si trasforma in un riempimento frenetico di abissi
esistenziali incolmabili.
Calma,
lentezza, tranquillità: nessuno costruisce all’impazzata palazzi inutili,
nessuno corre in macchina verso il nulla, nessuno si affanna a scalare cime
impossibili, nessuno ha fretta. Si ha l’impressione che la gente perda qui la
cognizione del tempo e che il giorno e la notte si avvicendino senza fine e
senza uno scopo (come in effetti è). Quando la gente va via per tornare al
“travaglio usato” non si rende conto del distacco, come se la propria vita
avesse preso un altro ritmo, per sempre e dovunque si viva. Perché tutto ciò
che serve sembra a portata di mano, a chilometri zero. Perché i chilometri zero
sono diventati un modo di essere, una parte di sé.
-
(Paoloni L., Sicurezza alimentare e modelli organizzativi
dell’impresa agricola nello scenario della globalizzazione, in Economia e Diritto Agroalimentare, n. 2,
2003, p. 57-72; S. Latouche, Petit traité
de la décroissance sereine, 2007, trad.it. Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, 2006;
Lothar J. Seiwart, Elogio della lentezza,
Sperling & Kupfer, 2003, p. 263).
PS. Considerazione extra ordinem. In tutta la Grande Sila non si respira aria di
religione, fatto straordinario, in Italia, dove le croci, le chiese, le stele
sacrali e gli scampanii costellano il territorio, lo marcano come i bovari
fanno con i capi dei loro armenti o i cani alzando le zampe nei punti per loro
strategici. Qualche asse incrociato ci dev’essere, da qualche parte, ma non se
ne avverte la presenza, mentre dappertutto spira un’aria epicurea, di laico apprezzamento
della natura e delle sue grazie terrene.
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