venerdì 4 novembre 2016

SILA SALUMI E PIEDI




I Bignami della natura
(gita in Sila dal 7 al 9 agosto 2013)

di Giorgio Massacra

Indice:
1-      Il confronto dei piedi.
2-      No-insect-land.
3-      Noiseless-land.
4-      Le bolle di sapone.
5-      Il tripudio del salume.
6-      L’abbraccio dei larici giganti.
7-      Lo spread.
8-      Don Quixote in Sila Grande.
9-      I Bignami della natura.
    10-  Potlatch, Omero e ospitalità British.
    11-  I croccantini universali del “Mondo Nuovo”.
    12-  Chilometri zero.

Personaggi:
- un giovane padre di 41 anni, maestro di fisarmonica e concertatore;
- il figlio superstar, di 4;
- una filosofa epistemologa Rai-indipendente, studiosa dei qualia;
- un padre barbuto ottantenne, qui anche come narratore.


1.     Il confronto dei piedi.
Al mattino, verso le otto, in attesa del breakfast (compreso nel prezzo) due del gruppo scendono dalla mansardina sotto lucernaio cm. 40x40, facendo lap per la stretta scala a chiocciola di metallo e si fermano a fare due chiacchiere decaffeneinizzate nel tinello del B&B full Ikea, dove il padre anziano ha dormito in divano letto bianco Ikea. Seduti sulle traballanti sedie vecchio west Ikea, si trovano sotto gli occhi i piedi quasi nudi negli infradito (ma non hawaiani), che non trovano posto sotto il minuscolo tavolino Ikea-Baronissi. Essendo le loro estremità inferiori lì allo scoperto, le guardano, e il padre giovane prende il destro (il destro inteso come occasione, opportunità, non come piede) per vantarsene. Dice che i suoi sono belli, flessuosi ma virili, arcuati al punto giusto, piccoli ma non minuscoli. Insomma, perfetti, dice, mentre agita le dita, distende la pianta e la gira a destra e sinistra come su una griglia a rosolare sotto ogni profilo, quello esterno e quello dell’arcata. A questa provocatio ad exibendum, come può resistere la filosofa epistemologa? come può nascondere di avere anche lei piedi di ottima fattura? Così estrae da sotto il tavolino Ikea da 149 euro quello destro, lungo e sottile, dalle unghie laccate blu notte, vantandolo come il pezzo pregiato del proprio corpo (assieme all’altro, ovviamente). A questo punto il padre giovane si alza per far vedere che oltre ai piedi c’è di più, ovvero lo stacco della gamba, anch’essa bella e dritta, dice; e non certo per una semplice impressione personale (o pulsione narcisistica), poiché, pur non avendo partecipato a concorsi di bellezza, può annoverare sul punto notevoli riscontri  di valore oggettivo. Si era così venuta a creare, nel tinello Ikea, un’atmosfera decisamente podologica, cui non risultava estraneo nemmeno il genitore anziano, soprattutto per via di un certo sentore olfattivo percepito dal sensibilissimo fiuto della filosofa epistemologa (che più tardi rivelerà di essere in grado di avvertire addirittura l’odore degli scarafaggi. Perché lei li annusa, quegli insetti schifosi, soprattutto quando l’aria è umidiccia, e, orientando l’organo olfattivo a destra e a manca, le sente, quelle bestiacce. Una volta ne ha vista una volare; era grossa come una capra …. Ma che mi fate dire, che c’entrano le capre? Diciamo come un cervo … volante, però), ma anche per l’equilibrio nella forma e nella misura delle sue vecchie pedagne. Insomma, tutti insieme, sei piedi a 5 stelle (absit iniuria Grillis). Quelli del bambino erano ancora su in mansarda a riposare insieme con il loro gestator. E, d’altronde, in un umano di quattro anni, riccioluto e dagli occhi a mandorla grandi come fanali, non sono certo i piedi a fare la differenza.

-       Per una informazione generale sull’argomento dei piedi, cfr. J. M. Le Clézio - (premio Nobel per la letteratura nel 2008), Storia dei piedi e altre fantasie, Gremese, 2013, p. 318, euro 20; v. anche J. M. Snyder, Foot Fetish, JMS Books LLC, 2010, p. 6.)

2.     No insect-land (terra-senza-insetti).   
Nel 1962 Rachel Carson pubblicava Primavera silenziosa, il libro che deflagrò nel mondo di allora come una bomba ecologica, rivelando per la prima tutta la drammaticità del problema ambientale. Con la scomparsa di insetti e uccelli, la colonna sonora della campagna di una volta spariva, annientata dall’uso massiccio dei pesticidi nell’agricoltura industrializzata.
Il ricordo di quell’opera si riaffaccia alla nostra mente a causa della totale assenza, qui in Sila, di insetti fastidiosi o nocivi come mosche, zanzare, scarafaggi, formiche. Eppure l’altopiano è popolato di vacche al pascolo, e altri animali, anche selvatici con tutta la loro sequela di cacche. Se ci si rallegra, da un canto, per la comodità della situazione, dall’altro ci si preoccupa non poco per la questione ecologica. Come saranno riusciti ad eliminare tutte quelle specie di insetti? dove siamo capitati: in una sorta di laboratorio ecologico mengheliano ottenuto con lo sterminio scientifico e programmato di tutti quegli esseri che, pur sgraditi ai turisti schizzinosi, rendono possibile la vita e l’equilibrio biologico?
Niente mosche, la dannazione biblica di tutti i picnic; niente zanzare, la persecuzione storica delle genti umane dal paleolitico all’olocene dei giorni nostri; niente formiche, né le feroci rosse, né quelle carnivore, capaci di divorare buoi interi, né quelle nere, piccole e innocue, ma tanto golose delle nostre colazioni al sacco. Scarafaggi? neanche l’ombra, non il menomo sentore (v. supra).
Manca assolutamente il frinire delle cicale, che assorda le campagne assolate delle pianure calabre, togliendo il sonno agli umani spossati dal lavoro del mattino e bisognosi del meritato riposo della controra. Ma ci dicono che la cosa sia del tutto normale, a queste altitudini.
Unica deroga naturale alla deinsettizzazione dell’ambiente è quella dei grilli, che emettono dovunque i loro trilli tremuli e delicati, vera colonna sonora delle passeggiate più rasserenanti fra i boschi di conifere e le ampie radure gialle di grano sotto il cielo turchino e le nuvolette innocue come farfalle.
Sbalorditi e allarmati, stiamo per connetterci con il mondo attraverso i nostri tablet per documentarci sul fenomeno e denunziarlo al mondo, quando avvertiamo il suono variegato di molteplici uccelli: un concerto di versi, trilli, gorgheggi, tweets (cinguettii), goglottii (forse i tacchini), zirli (tordi), chioccolii (merli e fringuelli) garriti (rondini), prodotto da una sorta di orchestra di neue musik invisibile, allocata fra i rami degli immensi pini silani. Il maestro Gesualdi, cultore di “musica contemporanea” se ne compiace assai. Noi tutti ci rassereniamo e riponiamo i nostri tablet. Niente Rachel Carson, da queste parti.

-         (v. Rachel Carson, Silent Spring, Houghton e Mifflin, 1962; v. Primavera silenziosa, Feltrinelli, 1999, p. 336, euro 8,78).

3.     Noiseless-land (terra senza rumori).
Nel grande altopiano di 150 mila ettari, il più esteso d’Italia, si sentono solo stormire le foglie dei pini e dei larici, fra le brezze di mare che arrivano fin quassù, si mescolano con le gagliarde correnti d’aria montana, e fluttuano sibilando sospiri di vento profumati di resina e tamerici marine; e versi di uccelli. Quell’8 di agosto, in una piccola radura sotto i pini della grande Fossiata, un rivolo di note, flebile come un ruscello di montagna, usciva dallo smart del maestro concertatore, diffondendosi per l’aria quieta come semini volanti o le scintille di un fuoco verso la fine: “ricordi, sbocciavan le viole, “l’amore che strappa i capelli è perduto ormai”. Volavano via, così, le scintille del canto, parole perdute fra i rami e gli aghi dei pini. “ma come fan presto ad appassir le rose”, “non resta che qualche svogliata carezza,e un po’ di tenerezza”.
Nessun altro suono, soprattutto nessun rumore molesto. Né schiamazzi di gruppi di visitatori alticci, canti di montagna scordati, urla di richiamo da un colle all’altro per far sapere a tutti che “ci siamo anche noi, quassù”, né gracchiare di radioline, roboare di portoricani, frastuono di chitarre, organetti, flauti, cornamuse, tamburelli, percussioni. Niente di tutto questo, nemmeno nelle cittadine tappezzate di negozi di souvenir e bar e ristori e pizzerie e alberghi. Sembra di essere in Svizzera.
“Cosa sarà successo”? ci chiediamo, immaginando che in Sila sia stato realizzato in via sperimentale il vecchio progetto di un trapianto totale di popolazioni dalla Svezia, dalla Svizzera o dalla Finlandia qui al sud al posto degli indigeni, mandati a disperdersi in Cina fra i miliardi di musi gialli, immunizzati dalle mafie e ndranghete altrui, grazie a quelle proprie, più efficienti e feroci.
Strologhiamo le carte, consultiamo le guide, interroghiamo i presenti, cerchiamo di connetterci con le autorità locali, ma nessuno ne sa niente. “Non ci posso credere”, commenta la epistemologa, come si usa dire oggigiorno di fronte agli accadimenti più comuni e normali di questo mondo (ma in questo caso espressione azzeccatissima).
Sta di fatto che da bar, negozi, ristori, pizzerie, bazar, bistrot, discoteche (niente, qui non ce ne sono), supermercati e quant’altro non prorompono ossessive musicacce azzecca-turisti, tarantelle calabre e salentine, o canti folkloristici “posticci e assurdi” (che possono anche avere un benefico effetto: quello di far odiare il “buon tempo antico” e apprezzare la comune vita moderna, con la sua musica più varia e a volte raffinata, anche se in versione pop).  
Il tanto aborrito inquinamento acustico, una delle maledizioni della vita moderna, che toglie il sonno agli umani, sconvolgendo i bioritmi e provocando forme sempre più diffuse di disturbi mentali e del comportamento, oltre che autentica follia, qui non esiste.

-         (S. Pivati, Il secolo del rumore. Il paesaggio sonoro nel Novecento, Maggioli, 2011, p. 192, euro 14; Fabrizio De Andrè, Canzone dell’amore perduto).

4.     Le bolle di sapone.
Tenere i bambini non è cosa facile, quando non c’è la mamma che li accudisca con le sue arti di seduzione e di badanza.
I padri, con i figli, sono sempre nei problemi, soprattutto quello di reggere il confronto con il concorrente genitoriale femminile, sempre al primo posto nel cuore del piccolo di uomo. Una concorrenza che si fa di giorno in giorno più stringente e ineludibile, di fronte alle probabilità sempre maggiori di fallimento matrimoniale e di conflitto per l’affidamento dei figli. I padri si trovano di solito nella condizione degli insegnanti di scuola privata, costretti a trattenere i propri allievi-clienti, con ogni genere di blandizie e di agevolazioni, che riducono la funzione educativa ad una sorta di intrattenimento ludico da paese dei balocchi; senza, però, la giusta soddisfazione di vedere gli allievi trasformati in ciuchi. Che è proprio quello che succede, ma gli insegnanti non ne possono menare vanto né prenderci gusto, essendo loro responsabili di quella trasformazione ciuccigna.

Ma non è certo questo il caso del padre giovane e del suo giovanissimo figlio, il cui rapporto poggia su sani e saldi principi di responsabilità e rispetto reciproco. Tanto è vero che nessuno dei soliti capricci infantili si è manifestato nell’arco di ben tre giorni trascorsi in completa assenza materna e nonostante il normale stress di una vita di continuo movimento fuori del proprio ambiente.
Inevitabile, comunque, che di sera le emozioni della giornata producessero una vivacità infantile allegra fino a tarda ora.  
La filosofa, ospite della stanza contigua a quella del bimbo, pensa a qualcosa di defatigante che conduca al più presto il piccolo al sonno ristoratore.
E la lampadina le si accende nel vedere in uno dei tanti bazar disseminati per le strade del piccolo centro turistico gli apparecchietti cilindrici per fare le bolle di sapone. Ne compra qualcuno, e, dopo la cena nel B&B, estrae il defatigatore a bolle dalla borsetta e invita il bambino al gioco. Un successo strepitoso! Al volare delle sfere iridescenti, il piccolo salta, insegue, afferra, ride, urla, gioisce, gridando “io adoro le bolle, adoro le bolle”! Il terrazzo si riempie di colori e di grida, di sapone volante e riccioloni all’aria. La trappola ha funzionato e ogni tentativo del piccolo di resistere al sonno è assolutamente sventato.

-         (J. B. Siméon  Chardin (1600-1779), Les bulles de Savon, E. Manet, 1867; M. Cazzanelli, K. Sorarut, L. Tamanini, Matematica e bolle di sapone, un viaggio alla scoperta di strutture geometriche e principi variazionali. Fascicolo del Laboratorio di Ricerca sui Materiali e Metodi per la Didattica e la Divulgazione della Matematica, Trento, 2001).

5.     Il tripudio del salume.
Descrivere per verba li salumi/ che nella Sila sono ammonticchiati/ nelli negozi e ne’ supermercati/ non è cosa che possa umana penna/- direbbe il Sommo Poeta, /capitato quassù per una gita / in Paradiso appresso a Beatrice/ (anche la Borromeo potrebbe bastare, pro veritate). Ci sono salumerie grandi come supermercati, dove torreggiano cataste, cumuli, montagne, colate laviche, dirupate di salumi di ogni genere: salamelle, capocolli, culatelli, prosciutti, finocchioni, san Francesco classic, salami di felino, guanciali, lardi, cacciatori e cacciatorini, pancette affumicate, ciccioli, soppressate, salsicce e tonnellate di ‘nduja.
Nell’entrare in uno di questi templi dedicati al culto del Dio Maiale, di fronte alle meraviglie gastronomiche accatastate sui banchi golosi, il maestro concertatore viene preso da una sorta di raptus acquisitorio, che cela dietro l’aria asettica, distaccata, del bluffeur nel gioco del poker: “compro il negozio”, dice.
In altri tempi gli eserciti dei barbari invasori di passaggio, dalle truppe di Alarico agli armati di Annibale, alle orde dei longobardi o de’ normanni o dei saracini non avrebbero dovuto sobbarcarsi alla fatica di saccheggiare nelle campagne il grano nemmeno macinato e la carne ancora viva di buoi, maiali, capre, pecore, cavalli, muli, ciucci, con tutto il lavoro che ci voleva a renderli commestibili (e, poi, contadini e pastori scappavano con le loro bestie, facevano guerriglia, resistevano, gridavano come matti, mentre le loro donne cercavano di distrarre gli invasori più giovani, allettandoli con il sesso). Avrebbero potuto sfamarsi con i salami di questi megastore del salume, e riempirne sacche, some, selle, carriaggi, dispense mobili,  schiavi appiedati, donne di malaffare al seguito, e tutta la turba dei poaracci sempre appresso agli eserciti per racimolare rifiuti di cibo (assieme a botte, pidocchi, pulci, cimici, piattole, tafani, sgarrafoni) e morire per indigestione di salumi, e ciononostante lasciare ancora tanto cibo, insaccato o meno, da ammazzare migliaia e migliaia di turisti golosi di questi alimenti così pestilenziali per la salute umana (si riporta che molti di questi golosacci muoiano al solo vedere quelle meraviglie del palato e così, almeno si risparmiano la spesa dell’acquisto, similmente a quanto succede ad anziani amanti che, avendo preso dosi massicce di Viagra, Cialis, Levitra o capsaicina calabrensis, muoiono dall’emozione al solo vedere la femmina dopo anni ed anni di completa astinenza, anche visiva o addirittura mentale).
Non oso immaginare quello che avrebbe scritto il Rabelais di una visita del suo Gargantua a quelle gigantesche riserve di cibo per l’umanità presente e futura; delle pantagrueliche orge alimentari con divoramento di intere salumerie, negozi e fabbricati compresi, e degli tsunami di feci tanto gigantesche da coprire intere foreste, prosciugare laghi montani, seppellire montagne di duemila metri.

-         (P. Villari, Le invasioni barbariche in Italia, Hoepli, 1901, p. 480; F. Rabelais, Gargantua e Pantagruel, a cura di Silvia Masaracchio, Bacheca Book, 2010. Gargantua nasce dal gigante Grandgouser e da Badebec, che muore di parto a causa della corpulenza del figlio. Il nome Pantagruel, figlio di G., significa “tutto al contrario”. Gargantua viene partorito da un orecchio di sua madre, Gargamelle).
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6.     L’abbraccio dei larici giganti.
In località Croce di Magara esiste un parco di larici altissimi, chiamati Giganti del Fallistro. Sono vecchi di oltre trecento anni (l’albero più antico della terra è una quercia di 13 mila anni; i larici dell’Alto Adige arrivano a 700 anni) e si tengono su a fatica, grazie anche al sostegno degli sguardi ammirati e compassionevoli dei visitatori, che percorrono fra quelle enormi piante una deliziosa pista di legno con staccionata ad una sola barra trasversale che si alza da sinistra a destra (a differenza di quelle romane, che ne hanno due incrociate). Ogni pianta ha una legenda con la indicazione delle misure, in altezza e diametro del fusto. Fra quelle bellissime conifere, che si elevano fino al cielo, rischiando la vita contro i venti e i fulmini, ce ne sono due che si difendono con un abbraccio tenerissimo ad un’altezza inverosimile. Uno dei due larici con un ramo sostiene il tronco dell’altro, che si piega mollemente all’abbraccio, con la grazia carnosa con cui il Bernini segna lo sprofondare della mano bramosa di Plutone nella morbida coscia della bellissima Proserpina, che più resiste al ratto, più la carne si piega alle voglie del re degli inferi.
Altre due di quelle conifere si incrociano in alto, verso i trenta metri, come due spade incrociate in un duello senza fine, o due anziani che si sostengono l’un l’altro senza avere la voglia di unirsi in un abbraccio amoroso.
Sono pochi, ormai, quei giganti, e qualcuno di loro giace a terra, a pezzi, ove “sé spande” senza vita, “né più coi turbini tenzona”.

-         (G. Pascoli, La quercia caduta; G.L. Bernini, Il ratto di Proserpina, Galleria Borghese, Roma; Parco Nazionale della Sila,  I Giganti del Fallistro).

7.     Lo spread.
Quanto più avanza il consumismo senza limiti e senza scopo (salvo quello di arricchire i ricchi), che devasta il pianeta in una folle corsa allo sfruttamento compulsivo di tutto, tanto più cresce lo spread fra i Paesi incivili e selvaggi come il nostro e quelli ancora riguardosi della storia e della natura, in cui il rapporto fra uomo e ambiente è di rispetto intelligente e non di rapina imprevidente (l’assonanza delle desinenze in “ente” è voluta: n.d.s.).
La vacanza è la cartina di tornasole della inciviltà di un popolo. I vacanzieri aggrediscono tutti i luoghi possibili come le cavallette della Bibbia, un vero flagello per l’ambiente e le culture esotiche, le società tradizionali, la bio diversità. Essi preferiscono le località marine, diventate spaventevoli lager dei divertimenti posticci e cafonal, dove conta l’apparire, il comprare, l’arraffare, l’esibire, il fare chiasso, il gozzovigliare, lo sbracare. La cementificazione delle coste va riducendo sempre più gli arenili (in Italia si sono ridotti di oltre il 40 per cento) non più alimentati dai depositi alluvionali di fiumi, corsi d’acqua, detriti delle colline a mare. La montagna, a parte alcuni insediamenti turistici, cementificati (tipo Cortina d’Ampezzo) come le peggiori città di pianura, sono frequentati da gente diversa dal popolo buzzurrone delle spiagge concentrazionarie: persone meno chiassose, sporcaccione, porcone; disposte a fare fatica per guadagnarsi la soddisfazione del benessere fisico e della bellezza; e quindi rispettose della natura, che conoscono in tutti i suoi valori, e quindi apprezzano e proteggono.
Passano per i boschi senza intonare oscene canzonacce di montagna farlocca, non spargono cartacce-bottiglie-buste-di-plastica- cartigli-lattine-di-alluminio-carta-igienica (igienica?! puhà), non imitano il veliname mediatico e politico à la manière de le piacione allevatrici di cellulite al tanga, che esibiscono anche gli interna corporis (vorrei dire le interiora) in quelle ……discariche di corpi umani sudaticci e sbrusegati dagli olii di frittura solare, che sono le spiagge e i lidi marini.
Man mano che la società dei consumi diffonde la sua logica inesorabile di mercificazione della vita, aumenta lo spread di valore fra i soggiorni di montagna e quelli di massa nelle spiagge e nelle altre bassure del mondo, cosi come si accresce il divario fra il costo dei BTP (buoni del tesoro poliennali) italiani nei confronti dei bund tedeschi.

-         (Spread, film di David Mackenzie, con Ashton Kutche e Anne Heche, 2009).

8.     Don Quixote in Sila Grande.
Questo capitolo è assolutamente pretestuoso, ma non posso farne a meno, credetemi, sia perché mi sembra ineludibile un omaggio al protagonista del più grande romanzo di tutti i tempi, di qualunque cosa si parli; sia per un altro ottimo motivo che rivelerò solo verso la fine del capo.
Partiamo dall’episodio dei mulini a vento, cosi descritto in una traduzione un po’ decotta, ma forse, proprio per questo, così romantic:
-Ed ecco intanto scoprirsi da trenta a quaranta  mulini da vento che si trovavano in quella campagna; e tosto che Don Chisciotte
li vide, disse al suo scudiere: “La fortuna va guidando le cose nostre meglio che noi oseremmo desiderare. Vedi là, amico Sancio,
come si vengono manifestando trenta o poco più smisurati giganti? Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita, cominciare ad arricchirmi con le loro spoglie; perciocché questa è guerra onorata, ed è un servire Iddio il togliere dalla faccia della terra sì trista semente” – Dove sono, i giganti? Disse Sancio Pancia – Quelli che vedi laggiù, rispose il padrone, con quelle braccia sì lunghe che taluno di essi le ha come di due leghe. – Guardi bene la Signoria vostra, soggiunse Sancio, che quelli che colà si discoprono non sono altrimenti giganti, ma mulini da vento, e quelli che le paiono braccia sono le pale delle ruote, che percosse dal vento, fanno girare la macina del mulino. – Beh si conosce, disse Don Chisciotte, che non sei pratico di avventure, quelli sono giganti, e se ne temi, fatti in diparte e mettiti in orazione mentre io vado ad entrar con essi in fiera e disegual tenzone – Detto questo, diede de’ sproni a Ronzinante, senza badare al suo scudiere, il quale continuava ad avvertirlo che erano mulini da vento e non giganti, quelli che andava ad assaltare ……. (omissis). E gridava a gran voce: “Non fuggite, codarde e vili creature, che un solo è il cavaliere che viene con voi a battaglia”. In questo levossi un po’ di vento, per cui le grandi pale delle ruote cominciarono a muoversi  e Don Chisciotte soggiunse: “Potreste agitar più braccia del gigante Briareo, che me l’avete pur da pagare”. Ciò detto e raccomandandosi di tutto cuore alla Dulcinea sua signora affinché lo assistesse in quello scontro, ben coperto con la rotella, e posta la lancia in resta, galoppando quanto poteva, investì il primo mulino in cui s’incontrò e diede della lancia in una pala ……….(omissis).

Qui finisce la citazione, e comincia la mia riflessione donchisciottesca. Su colli, colline, dorsali e serre montane di tutta la Calabria torreggiano centinaia di pali di un bianco candido come la neve, alti ben 67 metri, del diametro di 5 o 6 alla base, mentre alla sommità girano tre grandi pale lunghe 45. Se il cavaliere dalla trista figura avesse avvistato, anziché i mulini, queste pale a vento alte più dei giganti della Sila, avrebbe certo trovato insormontabili difficoltà ad arrivare fin lassù con la sua lancia spuntata; e il biancore accecante  di quei pali gli avrebbe suggerito immagini non di giganti malefici, ma di altissimi angeli a tre ali, figure celesti ai cui piedi il cavaliere senza macchia e senza paura si sarebbe genuflesso a impetrare grazie e protezione, e, chissà, anche aiuto per conquistare il cuore (e il resto) della sua madrina del Toboso.
La natura celeste delle enormi creature sarebbe convalidata dalla natura incorporea delle sostanze trattate da quelle sublimi creature: non consistente grano per produrre sostanziosa farina, ma labile aria per produrre invisibile energia elettrica.

Ma tutto ciò non basta a spiegare la citazione del Don Chisciotte, perché in Sila di pale eoliche non v’è neanche l’ombra. Ed è proprio questo, il punto: l’intero altopiano di 150 mila ettari, ricco di vallate e di cime, spazzato dai quattro venti (tranne che d’estate, quando le forti correnti di aria disturberebbero i tanti appassionati visitatori), è totalmente libero dalla presenza di quei giganteschi totem al progresso tecnologico e alle energie rinnovabili, cui la Sila da decenni contribuisce già con i suoi grandi bacini idrici per la produzione di elettricità. Enormi piloni, criticatissimi per l’impatto visivo sull’ambiente e il paesaggio, ma graditissimi alla ‘ndrangheta, che pare ne abbia fatto un suo clamoroso e vistosissimo business. Sparsi dovunque in Calabria, ma non qui, nelle verdissime e incontaminate (almeno dalle pale eoliche) piano-alture silane.
Niente Immense bianchissime eliche ruotanti sui piloni più alti dei più svettanti larici. Solo rami, foglie, cime boscose: tutto verde-natura, da queste parti.

-         (Miguel de Cervantes, El ingenioso hidalgo don Quixote de la Mancha, 1615; Nina Pierpont, Wind Turbine Syndrom. A Report on a natural Experiment, K-Selected Books, Santa Fe-New Mexico, 2009, dollari 18).

9.     I Bignami della natura.
In località Cupone, nelle adiacenze del lago di Cecita, la natura viene spiegata al popolo attraverso sentieri attrezzati di passerelle di legno con staccionate del tipo di quelle descritte nel capitolo dei larici giganti: comode, eleganti, in completa concordia con l’ambiente. Gli itinerari sono tre: il mineralogico, il botanico ed il faunistico. In poche centinaia di metri una facile e rapida informazione sul patrimonio naturale dell’area: dalle rocce, ciascuna con la propria legenda, da cui risultano la composizione e l’età di quegli enormi massi, lucidati nella parte superiore, da sembrare marmi di grande pregio; alle specie botaniche più o meno rare; a quelle faunistiche, dai mufloni, ai cervi, daini, caprioli, osservabili da baracche di legno naturale attraverso apposite feritoie per non disturbare i selvatici. Il tutto fra prati all’inglese accuratamente rasati, gruppi di alberi accostati con la cura e la grazia dei dipinti giapponesi, eleganti e sobrie costruzioni di architettura tradizionale per i servizi ed il museo naturalistico. E, ai margini dell’area didattica, la linea imponente dei grandi boschi che segnano i limiti della invadenza umana.
In poche centinaia di metri una compendiosa epitome dei valori naturali, descritti con la intelligenza sintetica e la cura meticolosa dei famosi libricini di sunti per le scuole superiori: i gloriosi Bignami, tante volte migliori e più completi dei libri di testo.
Ora, non per parlare male della Calabria, ma sembra davvero di essere in un altro mondo. Compresi i visitatori: discreti, gentili, miti, educati, cordiali senza fastidiose famigliarità. Dove sono finiti, qui, “I selvaggi d’Europa” di Elmhirst o i “Calabri pessimi” di Tacito?

-         (Editrice Bignami, fondata nel 1931, Sesto San Giovanni (Mi), pubblicati finora 250 Bignamini, Bignami o Bigini,
compendi di argomenti vari, dalla chimica all’italiano, dalla filosofia alla matematica, dalle lingue straniere alla storia dell’arte; P.J. Elmhirst, Nella terra dei “Selvaggi d’Europa”, Rubbettino, 2010, p. 108, euro 7,90).

    10  Potlatch, Omero e ospitalità British.  

Mettiamo subito le mani avanti nell’affrontare il delicatissimo tema dell’ospitalità, attraversato dalla letteratura e dalla filosofia per millenni: qua c’è da andare con i piedi di piombo, cercando di non cadere nei trabocchetti retorici come quello di Klossowski, che cerca di far passare l’offerta della moglie all’ospite (alla maniera degli esquimesi) per una inversione dei ruoli di ospitante ed ospitato, per cui il primo si renderebbe conto di essere lui l’estraneo e l’altro il vero padrone di casa. “Per Jacques Derrida l’ospitalità non è semplicemente una regione dell’etica, un suo capitolo delimitato e circoscritto, un suo modo o “maniera” (anche nel senso delle “buone maniere”), ma l’etica stessa … se è vero che ethos rimanda appunto all’abito, all’abituale, alla abitudine, e quindi anche all’abitare, ed è anzi la sua interezza: accogliere l’altro che viene, farsi abitare dall’altro, è, a ben vedere, non solo l’imperativo di un’etica da riformulare nel confronto con il problema dell’alterità, ma anche l’ethos stesso della decostruzione, il luogo ospitale che si offre alla venuta dell’alterità …..” (Gabrielle Baptist). Come capirete, c’è poco da scherzare.
Presso i popoli antichi l’ospitalità aveva un carattere sacrale, fondato sostanzialmente sullo scambio di doni, come nel potlatch amerindio. Ospite e ospitante dovevano obbedire a regole inderogabili, la cui violazione avrebbe potuto comportare la vendetta divina, oltre che quella umana, che Omero rappresenta nella terribile strage dei proci, colpevoli di avere imposto con la forza la loro presenza nella reggia di Itaca, comportandosi da padroni in casa altrui mentre il vero padrone di casa era assente, errabondo per il Mediterraneo. Comportamento sacrilego al massimo grado.
Paul Ricoeur applica il concetto di ospitalità alla traduzione intendendola come il piacere di abitare la casa altrui e di riceve in casa propria la parola dello straniero. Ma l’aspetto che ci interessa del suo pensiero è il risvolto etico dell’ospitalità linguistica che riguarda la necessità della mediazione fra la pluralità delle culture e l’unità dell’umanità. L’ospitalità presenta un binomio sfida/felicità, impossibilità/possibilità.
Il concetto di ospitalità riguarda certamente anche i rapporti commerciali di chi ospita e riceve ospitalità secondo le regole della ricezione in strutture di vario tipo, compresi i Bed & Breakfast come il nostro di Camigliatello Silano. L’etica qui c’entra a vario livello, sia nel rispetto degli obblighi legali (il prezzo, il rispetto dei beni locati, quello della privacy degli ospiti), sia nella considerazione della personalità di chi viene accolto, sia ancora nel clima dell’accoglienza. Questo è molto importante, ed è affidato proprio all’imponderabilità del fattore personale, l’atteggiamento di chi accoglie, che non è codificato, ed è quindi regolato soltanto dalla dimensione etica.
Succede spesso che coloro che ricevono soffochino gli ospiti con attenzioni ridondanti, con smancerie untuose, subissandoli di informazioni sugli allettamenti del territorio, le sue attrattive, e i percorsi e i tempi di percorrenza, e stiano loro appresso come balie con i lattanti o badanti con persone impedite nei movimenti o nella mente.
Ora debbo dire che il comportamento dei nostri ospitanti è stato veramente perfetto: per niente confidenziale, famigliariccio, colloso, opprimente, ostentatamente ossequioso, ma distaccato, senza essere formale; vigile e attento senza esagerazioni.
Direi un atteggiamento molto British, o da Paesi nordici, in cui la superficiale freddezza delle forme nasconde una profonda considerazione dell’altro, della sua alterità. Dove l’ospite si sente abitato dai suoi ospitanti e diventa il protagonista di quella sfida/felicità di cui parla il Ricoeur.   
  
-         (Pierre Klossowki, Le leggi dell’ospitalità, ES, 2012, p. 98, euro 18; Jacques Derrida, Anna Dufourmantelle, Sull’ospitalità, Dalai Editore, 2000, p. 132, euro 9,30; Omero, Odissea, a cura di V. Di Benedetto, BUR, 2010, euro 12,50; Èmile Benveniste, Ospite, in Vocabolario delle istituzioni indoeuropee, 1969; P. Ricoeur, Sé come un altro, Jaca Book, 2011, p. 494, euro 39)
    
11.  I croccantini universali del “Mondo Nuovo”.
Un tempo l’alimentazione degli animali domestici era affidata al caso, e alla faciloneria dietetica dei padroni, che davano loro da mangiare gli avanzi dei loro pasti, pieni di grassi, sughi, amidacei; come se fossero dei maiali, bestie da ingrasso indegne di cure né di preoccupazioni salutistiche. Tanto, i suini quanto a lungo devono vivere? un anno, ed è proprio difficile che Sora Morte si industri a portarli via prima della mannaia umana. Ora tutti questi nostri compagni di vita godono di una dieta unica a base di croccantini: pallottole secche concentrato di tutte le sostanze necessarie ad una vita salutare, equilibrata, completa: protidi, lipidi, glucidi, vitamine, integratori. Se necessario, contengono anche antibiotici e psicofarmaci, stabilizzatori dell’umore, calmanti od eccitanti (se destinati a soggetti riproduttori). Cosa vada a finire in effetti dentro quelle pallottole, non si sa, e non lo voglio sapere: immagino che animali interi, vivi come sono, vengano triturati con ossa, code, denti, peli, merda e tutto, compresi gli strazianti gemiti emessi nella prime fasi della lavorazione; quindi seccati in forni enormi, a tonnellate. Sta di fatto che, appena svezzati dall’allattamento, i cuccioli vengono nutriti a base di questi croccantini (o crocchette, come alcuni li chiamano). Se sono prodotti di buona qualità, gli animali si nutrono sempre e solo di quelli: una ciotola al giorno, per i cani, e basta. Si mantengono sani e in forma, non ingrassano e fanno regolarmente la cacca.
I croccantini vengono somministrati anche ai selvatici delle riserve faunistiche della Sila, dai mufloni ai cervi ai caprioli ai daini. Non so se anche ai lupi, ma essendo essi canidi, non è da escludere che anche  quei predatori vengano alimentati con i  croccantini, magari speciali, a base di volpi, lepri, cinghiali, e ungulati vari.

Sarebbe un bel progresso, alimentare gli animali feroci con innocue crocchette disponibili in quantità illimitate in modo da ripopolare le montagne delle loro zanne senza far danno ad altri animali, che potrebbero così moltiplicarsi anche loro in santa pace. E lo stesso potrebbe avvenire nelle Afriche e nelle grandi foreste equatoriali, mettendo così le premesse per un mondo non violento, pacifico, che abbandoni la feroce necessità della predazione prepotente e brutale. O diavolo, e che fine farebbe tutta la favolistica basata sul terrore del lupo cattivo? La nonna di cappuccetto rosso non verrebbe divorata nel proprio letto, tutta intera in un solo boccone; l’agnello se ne starebbe tranquillamente a bere la sua acqua nel ruscello, Pierino se ne impiperebbe delle minacce dei genitori. Uno sconvolgimento impensabile, anche se un buon esempio per l’uomo, non più homini lupus.
Voi obietterete che nei croccantini vanno a finire milioni di povere bestie macinate e disseccate, ma questa triste necessità potrà essere superata dalla creazione di carne clonata, già in fase di sperimentazione sotto forma di bistecche prodotte in laboratorio senza l’animale intero, con il suo cervello, la sua sensibilità al piacere e al dolore.

Ora ci si chiede: non sarebbe possibile, e auspicabile, che anche gli umani adottassero una alimentazione consimile? Non solo per risparmiare tempo e danaro, ma anche per ragioni di salute e di fitness? E di comodità, soprattutto per chi viaggia, e ha problemi di stitichezza, o, al contrario, di evacuazione troppo facile, ché in tali casi si userebbero le crocchette lassative o quelle astringenti.

Sembra che i primi astronauti venissero nutriti a base di alimenti di questo tipo, ma sostituiti in seguito con piatti di alta cucina, per evitare la monotonia dei lunghi viaggi extraterrestri (cui si potrebbe ovviare anche con la presenza in equipe di escort femminili e maschili; non si sa quanto funzionali, però, considerato che sulle capsule spaziali verrebbero a mancare tanti degli stimoli che sulla terra rendono più facili gli innamoramenti  e le copule umane, dai vestiti sexy alle gelosie e ai tradimenti e ai giochi d’amore). Ma  si tratta di aggiustamenti temporanei, ben sapendo che nelle lunghe trasferte spaziali del futuro saranno i croccantini a dominare definitivamente la scena. Nel suo“Mondo Nuovo” Huxley non parla di questi preparati, perché ai suoi tempi (1932) non esistevano, e non si immaginavano neppure. Si parla, invece, di una sostanza chiamata “soma” (corpo, in greco), sostanzialmente una droga simile alla marijuana, che serviva da euforizzante e stabilizzatore della psiche, quindi una sorta di psicofarmaco,  invenzione profetica ben più sottile e anticipatrice di un’epoca come quella attuale dove si fa un uso spropositato di queste sostanze psicotrope, per controllare il comportamento di milioni di persone disturbate dai ritmi folli di questa vita pazzesca.
Nel libro la droga era distribuita gratuitamente dallo Stato a tutti i cittadini, fin dall’infanzia, per condizionare mentalmente il popolo abolendo ogni forma di sofferenza, a partire dai vincoli famigliari e amorosi, non più previsti dalla società del futuro.

Oggi, oltre alle droghe più o meno pesanti, si è fatto ricorso a strumenti di controllo molto più raffinati e condizionanti, come l’ossessione per i consumi, e la democrazia plebiscitaria, che ne è la espressione politica, laddove i cittadini sono ridotti al rango di consumatori, e trattati dal ceto politico di ogni colore, come clientes.
Ma quando la nostra alimentazione sarà fatta di croccantini, là dentro ci metteranno tutte le sostanze necessarie a farci dormire tutta la vita un sonno della ragione senza fine, dalla nascita alla morte.

-         (Aldous Huxley, Brave New World, 1932, trad. it. Il Mondo Nuovo, Mondadori, 2007, p. 266, euro 14; Ernst Fraenkel, Die representative und die plebiszitaere Komponente im demokratischen Verfassunsstaat, 1958, trad. it. La componente rappresentativa e plebiscitaria nello Stato costituzionale democratico a cura di L. Ciaurro e C. Forte, Giappichelli, 1994; sui croccantini e altri cibi per animali, cfr. Il Salvagente, n. 16  dal 18 al 25 aprile e n. 18 dal 2 al 9 maggio 2013).

      12.   Chilometri zero.
“Chilometri zero” non è soltanto un modo per risparmiare sulla spesa alimentare e per avere cibi freschi  dai campi vicini e per ridurre l’inquinamento da anidride carbonica prodotta dai mezzi di trasporto su ruote; ma è anche una filosofia di vita che si inquadra nelle strategie ecologistiche per salvare il pianeta Terra dalla logica della crescita infinita che lo sta distruggendo. E per salvare la specie umana da una corsa folle verso il possesso dei beni materiali senza alcun riguardo per i valori morali ed il benessere individuale e sociale.
Sotto il profilo economico si rileva che un italiano su quattro ha scelto di passare le vacanze nella propria regione. Ben sette italiani su dieci le hanno passate in Italia. Nell’estate del 2013 ben l’87% dei nostri connazionali in vacanza, quando mangia fuori cerca menu locali e hanno sempre più successo gli agriturismi, quando sono veri, e forniscono ai clienti i prodotti freschi dell’azienda.
In Sila moltissime cose sono a chilometri Zero. Dai prodotti alimentari come la pitta ‘mpigliata, le susumelle, i butirri, i famosi caciocavalli silani, la ricotta affumicata, il capocollo, la salsiccia e la pancetta, e la famosissima soppressata di Calabria, i vini rossi, e le carni di produzione locale come il bel suino nero, purtroppo conosciuto dai visitatori non come animale da parco o da compagnia, ma solo sotto forma di prodotti di macelleria, oltre che di salami e salumi di ogni genere. Per non parlare dei prodotti vegetali, dagli ortaggi, alle patate, ai legumi, ai funghi porcini, esportati in tutto il mondo (mentre qui pare che arrivino quelli cinesi, identici a quelli silani nella forma, nelle qualità organolettiche, nel gusto; ma non nel prezzo).
Tutto a chilometri zero (tranne i porcini di Pechino): come l’aria fresca di montagna profumata di resina, i paesaggi rasserenanti di colli, monti e superfici lacustri, la pulizia dei luoghi, il gorgoglio dei corsi d’acqua, il silenzio dei boschi, la sinuosità delle strade che girano svagatamente fra le colline e le grandi radure e le foreste fittissime.
Tutto a chilometri zero: dai versi degli uccelli, alla gentilezza delle persone, alla totale assenza di quella furia del divertimento forzato che impazza un po’ dappertutto altrove, nel vano tentativo della gente di riempire i vuoti di una vita espropriata di ogni senso umano; per cui la “vacanza” si trasforma in un riempimento frenetico di abissi esistenziali incolmabili.
 Calma, lentezza, tranquillità: nessuno costruisce all’impazzata palazzi inutili, nessuno corre in macchina verso il nulla, nessuno si affanna a scalare cime impossibili, nessuno ha fretta. Si ha l’impressione che la gente perda qui la cognizione del tempo e che il giorno e la notte si avvicendino senza fine e senza uno scopo (come in effetti è). Quando la gente va via per tornare al “travaglio usato” non si rende conto del distacco, come se la propria vita avesse preso un altro ritmo, per sempre e dovunque si viva. Perché tutto ciò che serve sembra a portata di mano, a chilometri zero. Perché i chilometri zero sono diventati un modo di essere, una parte di sé.
 
-         (Paoloni L., Sicurezza alimentare e modelli organizzativi dell’impresa agricola nello scenario della globalizzazione, in Economia e Diritto Agroalimentare, n. 2, 2003, p. 57-72; S. Latouche, Petit traité de la décroissance sereine, 2007, trad.it. Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, 2006; Lothar J. Seiwart, Elogio della lentezza, Sperling & Kupfer, 2003, p. 263).

PS. Considerazione extra ordinem. In tutta la Grande Sila non si respira aria di religione, fatto straordinario, in Italia, dove le croci, le chiese, le stele sacrali e gli scampanii costellano il territorio, lo marcano come i bovari fanno con i capi dei loro armenti o i cani alzando le zampe nei punti per loro strategici. Qualche asse incrociato ci dev’essere, da qualche parte, ma non se ne avverte la presenza, mentre dappertutto spira un’aria epicurea, di laico apprezzamento della natura e delle sue grazie terrene.



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