sabato 26 novembre 2016

Napoli, via Toledo 128





HOW TO CALABRIZE YOUR LIFE
or not calabrize your life

di Giorgio Massacra

Si trova in commercio un piccolo libro (altezza cm. 10,50 x larghezza cm. 15 x spessore cm. 0,2, pag. 28), “How to japanize your life” (come giapponesizzare la vostra vita), ed. Zero s.r.l., che propone un percorso ideale per adottare lo stile di vita giapponese.
Non so se si possa desiderare una cosa simile, ma, se così fosse, non si vede perché non pensare ad analoghi percorsi sui modelli di altri popoli e culture, anche se non dotati di particolari attrattive.
Allora perché non immaginare anche l’adozione di un life style veramente diverso dal solito, come quello calabrese?


Compito non facile, s’intende, direi quasi ostico, quanto lontano dagli itinerari mentali consueti nel mondo globalizzato. Ma nel caso che qualcuno lo desiderasse, ecco il percorso che noi gli potremmo suggerire.
L’aggiunta della negazione “not” nel titolo vuol intendere che, seguendo le indicazioni al contrario, si può evitare una calabresizzazione inconsapevole, dovuta a fattori ambientali o di natura genetica, oppure rinunziare alla calabresità conclamata, decalabresizzandosi consapevolmente.

Step 1.
La prima regola da osservare rigorosamente è quella di non rispettare i propri impegni e non pagare i propri debiti, altrimenti la calabresizzazione rimarrà solo un sogno.
Da queste parti non basta l’accordo verbale, non la stretta di mano, non sono sufficienti le scritture private, e nemmeno gli atti pubblici davanti a un notaio: che, anzi, creano sospetto di malfidanza e non agevolano certo la contrattazione: chi può fidarsi di chi non si fida degli altri fino a questo punto? l’unico metodo quasi sicuro di recuperare quanto ci è dovuto è ricambiare le inadempienze altrui. Per esempio, se ripariamo il bagno di casa di qualcuno, potremo recuperare il compenso comprando da lui merce a credito senza pagarne poi il prezzo, almeno nei limiti del nostro credito. Vendo della merce a qualcuno? costui organizza cerimonie matrimoniali? potrò ottenere quanto mi spetta se ho una figlia da sposare e mi servo della sua impresa senza pagare a mia volta. E così via. Ovviamente, tale operazione non è praticabile quando il vostro debitore appartenga alla ‘ndrangheta e voi, invece, no.
Questo primo principio dello stile di vita calabrese si potrebbe chiamare “brigantaggio contrattuale”, considerando che la società calabrese è profondamente permeata del modello brigantesco, anche al di fuori delle forme tradizionali, che, del resto, sono state abbandonate persino dalla criminalità vera e propria, dopo l’ultima reviviscenza al tempo dei sequestri di persona a scopo di estorsione negli anni Ottanta. Ora la “santa” si muove nel mondo della politica e della finanza, secondo modalità che poco hanno a che fare con gli agguati e le estorsioni, che rimangono solo come avanzi dei vecchi tempi nei rapporti sociali di tipo comune.

Step 2.
Continuando ad usare lo schema teorico del brigantaggio, che fa tanto colore locale e rappresenta in maniera adeguata un’atmosfera e una mentalità sociali uniformemente diffuse, si può senz’altro parlare di “brigantaggio fiscale” a proposito di un’altra immancabile caratteristica della calabrian way of life: la sistematica evasione dei tributi, imposte e tasse, che in Calabria raggiunge, secondo calcoli ufficiali, l’87%, contro una media nazionale attorno al 50%. E non si tratta solo degli scontrini non emessi, degli affitti non dichiarati, dei piccoli compensi per servizi personali non contabilizzati, ma di profitti enormi completamente sottratti al fisco; ivi compresi quelli criminali, naturalmente.
Proprietari di case, palazzi, auto di lusso, ville al mare e ai monti, con un tenore di vita da nababbi che figurano nullatenenti non sono una esclusività calabrese, certo, ma qui sono la generalità. Supermercati e centri commerciali, sportelli bancari a profusione riciclano miliardi di euro di danaro sporco nella completa assenza di qualsiasi controllo, perché con la ‘ndrangheta non conviene insistere troppo nelle investigazioni.
Brigantaggio fiscale, quindi, a torrente, a fiumara, a tsunami? ma no, meglio dire a irrigazione a goccia o a pioggia, dappertutto, in maniera silente, uniformemente diffusa.
 
Step 3.
Altra regola indefettibile è sottopagare il personale dipendente o chiunque lavori per noi in maniera sporadica od occasionale. Secondo i calabresi lo Stato e i sindacati impongono regole giugulatorie, insostenibili per chi si comporti onestamente e non vada a rubare. Lo Stato rapina i contribuenti, i sindacati proteggono i vagabondi e sono mantenuti dalle istituzioni solo per sfruttare i cittadini onesti.  Questi finirebbero alle elemosine se dovessero pagare a tariffa chi lavora per loro. Protestare non serve, i partiti rubano a man bassa anche loro, e noi ci dobbiamo difendere da soli, pagando “il giusto”, cioè quanto ci è possibile: lo chiamino pure “brigantaggio salariale”, ma come fare diversamente? d’altronde il vecchio brigantaggio non era, forse, una forma di resistenza ad uno Stato oppressore del popolo meridionale, con la violenza degli eserciti ed il controllo armato del territorio?

Step  4.
Inevitabile conseguenza della necessità di ridurre i salari a dimensioni compatibili con la giustizia sociale, è un’altra regola irrinunziabile della calabresità: pagare in nero, evitando di dichiarare i rapporti lavorativi; ciò per evitare quei contributi previdenziali che raddoppiano praticamente il costo del lavoro; se proprio non si potrà evitare radicalmente la ufficializzazione del rapporto, almeno se ne diminuiranno i danni, per esempio, riducendo ai minimi termini il periodo lavorativo dichiarato rispetto a quello reale; così che i contributi siano riportati ad equità. Si potrebbe parlare, in merito a questo principio di calabresità, di “brigantaggio previdenziale”? noi pensiamo di sì, sempre intendendosi bene sull’accezione storicamente e socialmente apprezzabile del termine.
 
Step 5.
Sia ben chiaro che quanto si è detto prima deve essere inquadrato in una considerazione storico-politica dello Stato secondo la nuova concezione della questione meridionale elaborata negli ultimi decenni, secondo cui la arretratezza economico-sociale del Sud è conseguenza della colonizzazione operata dallo Stato Unitario a beneficio dell’economia dominante del Nord. Anche la nostra pretesa democrazia, oltre che un imbroglio dei ricchi per far pagare i poveri e gli svantaggiati, è uno strumento di oppressione mistificata delle popolazioni meridionali. Si arriva addirittura a rivalutare il regime borbonico, proponendo un movimento neoborbonico di cui non si riesce nemmeno ad immaginare le eventuali forme di realizzazione, anche se la follia teorica, oltre a quella mentale, è sempre dietro l’angolo.
  
 Step 6.
Su questa linea di pensiero e di comportamento, appare inevitabile che lamentarsi del governo sia una specie di leit motiv della vita dei bruzi. Per calabresizzarsi, quindi, risulta necessario criticare aspramente e dappertutto i governi della Repubblica, di qualsiasi colore e natura, di destra, sinistra, centro, centro-destra, centro-sinistra, centro-destra-sinistra, centro-sinistra-destra, centro-centro, e altre possibili combinazioni; anche se nei posti di potere siedano fior di meridionali, e anche meridionalisti: se al Parlamento fossero tutti del Sud, l’atteggiamento dei calabresi sarebbe lo stesso, identico, spiccicato; persino se fossero tutti calabresi, come capita nei governi regionali o nelle amministrazioni locali. Perché il disprezzo per il potere centrale si trasferisce a tutti i livelli, a pioggia: anche al sindaco, considerato parte della casta degli oppressori, nonostante sia il signore della porta accanto. Tutti gli uomini di potere sono ladri, corrotti, incapaci, salvo che non siano amici personali o non facciano parte del nostro clan.
La politica dei cittadini in buona sostanza è fatta solo di critiche astiose a chi governa la cosa pubblica, responsabile di ogni malanno, compreso il maltempo atmosferico; naturalmente sulle panchine, al bar, nei crocchi di amici, detti ricunculi, mai di fronte ai responsabili, né de visu né con dichiarazioni e interventi pubblici; a meno che non si abbia qualche interesse a prendere posizione, perché avversari politici o loro clientes.

Step 7.
La pessima considerazione che si ha delle istituzioni (come entità estranee e nemiche) si riversa sulla intera sfera pubblica, compresi gli spazi comuni, trattati come terra di nessuno, che si abbia il diritto di invadere e saccheggiare, e di cui, se possibile, impossessarsi, fare uso ed abuso. Ogni cura viene riservata alla sfera privata, la casa, il proprio giardino, la vigna, il salotto buono, il balcone fiorito; la massima noncuranza, se non disprezzo, per i beni di tutti, la strada, la piazzetta, i giardinetti comunali, i marciapiedi, il verde pubblico.

Step 8.
Il disprezzo della dimensione sociale è esattamente il contrario di quanto succedeva nella Grecia antica, in cui quella dimensione era appannaggio dei migliori, i cittadini proprietari, una ristrettissima élite cui erano riservati i diritti politici. Essi soli frequentavano l’agorà e potevano discutere i problemi della città.
Questo comportava l’uso del pensiero, al livello più alto, cui erano impegnati anche i pensatori di professione, i filosofi.
Il rifiuto della partecipazione attiva alla politica, se non al livello della chiacchiera, del pettegolezzo, della maldicenza, e nella più completa disinformazione sui fatti che contano, fa sì che non venga coltivata minimamente l’attitudine umana al pensare.
Qui non si pensa, ma si riferisce il sentito dire, senza spirito critico, senza una ricerca delle fonti. Si scimmiotta lo sciocchezzaio dei talk show (che pochi “colti”, del resto, guardano) e si evita accuratamente di riflettere su quello che avviene al mondo, compresi fatti ed eventi più vicini alla propria persona, come la salute, il comportamento dei figli, la corretta alimentazione, la spesa “intelligente”, il rapporto con gli anziani, l’uso migliore del proprio tempo, le abitudini salutari o viceversa. Ci si fida ciecamente degli esperti, dai medici ai farmacisti, tirando avanti a forza di medicine, cocktail complicatissimi e costosissimi, senza interrogarsi sulle vere cause dei propri mali, che sono soprattutto una alimentazione assurda e stili di vita da suicidio assistito (dai farmaci).
Una volta non era così, e la vita frugale, esposta a tutte le intemperie, affidata al caso, ma che proprio per questo richiedeva una grande attenzione ed un preciso calcolo delle proprie possibilità e delle conseguenze dei propri atti, costringeva a pensare, riflettere, favorendo una naturale attitudine all’uso della intelligenza. Una caratteristica che veniva attribuita alla influenza della grande filosofia greca, che qui in Calabria, e nell’intera area di Magna Graecia, sembrava avere messo solide radici anche a livello popolare. La peggiore conseguenza del consumismo e della colonizzazione del Sud forse è proprio questa estirpazione delle radici del pensiero, sostituito dalle medicine, dalla assistenza sociale e dall’assopimento della ragione operata dai media. Non pensare è una specie di brigantaggio contro se stessi, da cui non è possibile difendersi.

Step 9.
Una delle abitudini più profondamente radicate nella cultura calabrese è quella di dormire il più possibile, definendo il sonno “riposo”. C’è gente priva di qualunque tipo di occupazione, come i pensionati “tombali”, che il pomeriggio “riposano”, la mattina fanno un riposino, la sera si appisolano davanti alla tv; riposano, non si sa da quali fatiche. I giovani, o i non ancora vecchi, tirano tardi la notte il più possibile, e se ne vantano come grosso titolo di merito: “Sono andato a dormire alle 3”; “Io alle quattro meno un quarto”. Sono soddisfazioni, come usa dire Travaglio. Dormono fino a tardi, fino alla mezza e oltre, giustificati dalla gloria del rientro alle ore piccole, passate a perdere altro tempo; una medaglia al valore.

Step 10.
Abbiamo appena parlato dei pensionati “tombali”, a proposito di coloro che hanno raggiunto l’età per il trattamento di quiescenza. Perché “tombali”?, vi chiederete. La ragione è che i pensionati di questa regione non fanno nulla di nulla, nisba, nada, nothing, néant, nicht. Non si muovono, non leggono; non vivono, quasi, forse nella speranza che la morte non si accorga di loro, scambiandoli, eventualmente, per cadaveri. L’unica cosa che fanno è andare o mandare qualcuno in farmacia ad aggiornare quotidianamente i cocktail di medicinali offerti dal servizio sanitario nazionale.  D’altro canto la pensione è un trattamento di quiescenza e questo termine significa riposo, no? Lavorano per 36 anni e per altrettanti anni, o più, riposano. La pensione è il diritto fondamentale della Repubblica, età dell’oro, o di bengodi, o dei balocchi, il vero coronamento di una vita di lavoro (anche se non proprio sempre).
Devo aggiungere una notazione che riguarda, sì, il trattamento di quiescenza, anche se non sotto il profilo del farniente.
Quando non era stato ancora inventato il sistema pensionistico tombale dei giorni nostri, si facevano figli, che costituivano l’unica forma di previdenza di quei tempi; anche se, poi, i figli si liberavano ben presto di quel gravoso fardello perché si moriva molto prima, sia per la scarsità di medici che di quelle medicine che oggigiorno fanno sopravvivere anche i morti.
Ora figli non se ne fanno più, essendo la loro funzione assolta dal sistema pensionistico nazionale, ben più efficiente e garantito di qualsiasi prole.
(fine prima parte)

Step 11.
Mangiare in abbondanza in Calabria è segno di buona salute: chi mangia poco ed è magro, è considerato macilento, malaticcio, poco prestante (anche sotto il profilo sessuale); chi mangia con appetito e in abbondanza, vuol dire che è in buona salute, oltre che a posto con la coscienza. Quelli che mangiano poco sono stimati poco; un tempo, perché i lavori correnti richiedevano fatica fisica e quindi corpi pieni di riserve energetiche; adesso perché la ideologia consumistica dominante pretende che si spenda il più possibile, anche in cibo.
Quindi anche la corpulenza viene vista con occhio benevolo, nonostante i dettami della fitness che esondano dai giornali e dalla televisione, con i corpi maschili scolpiti a dorso di tartaruga, e le donne piallate con il photoshop. Una bella pancia sporgente, purché soda e non deforme, fa sempre simpatia e gode ancora della vecchia considerazione dovuta all’ “ommo de panza”, un po’ sprezzante delle mode, ma soprattutto autorevole.
Restando in argomento cibo, si può citare il vecchio adagio “tutti i salmi finiscono in gloria” per intendere che ogni cosa, qui, finisce in colazioni, pranzi, cene, spuntini, buffet, controbuffet, “a portarvia”. Battesimi-cresime-estreme unzioni-ordini sacri-matrimoni-funerali sono tutte occasioni per mangiare. E gite, scalate, passeggiate, scampagnate, biciclettate, motociclettate, visite guidate, il footing-jogging-scouting-orienteering-jumping-rafting-climbing (l’inglesorum di Stella non guasta mai)? “Uguaglio”. Si organizza un convegno sulla promozione del territorio, un incontro pubblico sulla mortalità infantile o sulla esistenza del diavolo, sul doping nello sport o sul sesso in internet, sullo sbarco dei gommoni e le migrazioni di popoli? Quello che conta è la conclusione gastronomica, con eventuale presentazione dei prodotti tipici del luogo. Si fa sesso, si fuma, si beve? La meta finale è la mangiata, magari abbuffata a quattro ganasce, perché solo questo è vero mangiare. Da Uomini.
La nobilitazione della abbuffata un tempo era lo schiaffo alla fame, la superiorità sulla miseria (degli altri e della propria). Al giorno di oggi è la cultura del cibo pompata a dismisura dalla grande industria alimentare multinazionale attraverso un battage pubblicitario martellante ed invasivo su tutti i media possibili e immaginabili. Per cui la persona veramente colta, aggiornata, informata, deve muoversi fra i prodotti gastronomici con la disinvoltura di un Porfirio Rubirosa fra la lingerie delle donne più vip (ero tentato di dire paparazzate, ma l’espressione mi è parsa una caduta di tono intollerabile anche per uno come me) del pianeta (la citazione del Rubirosa è veramente di annata, lo ammetto, ma anche io lo sono, malheureusement).

Step 12.
La Calabria è la regione con il reddito pro capite più basso (molto meglio che usare la volgare qualificazione di “povera”) d’Italia: 15.500 euro l’anno, contro i 39.800 di Bolzano, per esempio. Ciononostante le strade, le piazze, i parcheggi, le strisce pedonali, le aree ZTL, i marciapiedi, gli slarghi, le strettoie, gli spazi verdi sormontabili sono incrostate di automobili come fosse un mosaico moderno, astratto, senza un disegno comprensibile, un conglomerato di acciai multicolori (anche se qui prevalgono i toni di grigio, che i calabresi preferiscono ai colori vivaci, considerati kitsch, o cafoni, così come una volta il colore elegante era il nero, benché quasi tutti portassero quel colore per nascondere la scarsa pulizia degli abiti). Perché si può non avere nulla, nemmeno la casa o un pezzetto di terra, ma senza macchina è la vera sfiga. Hai voglia di dire che camminare fa bene, che mezz’ora di buon passo è una toccasana per le coronarie, ma andare a piedi è da sfigati. Intendo che spostarsi da un luogo ad un altro scarpantibus, magari con la busta di plastica della spesa, è veramente una dichiarazione di poverocristità, come la tessera del pane di una volta.
Per andare a piedi bisogna buttarla nello sport, e fare footing, jogging, jumping, orienteering, free climbing, running, fast walking, mooving walkwaying, speedy moving, and so on on on.
Insomma, si possono usare i piedi solo se si è dei camminatori fanatici, non semplici pedoni.
La stessa cosa si può dire per la bicicletta. Servirsene come mezzo di locomozione, per spostarsi da un luogo all’altro è una diminuzione di stato, nel caso se ne abbia uno di alto profilo, altrimenti è una confessione di bassura sociale, analoga a quella del pedone.
Per andare in bici occorre averne una da corsa o da montagna, con centinaia di rapporti di velocità, sospensioni elettroniche, apparecchi di controllo di tutte le funzioni del mezzo, oltre che del terreno, della velocità del veicolo, della pressione delle ruote come della tensione arteriosa del pilota, il cardiofrequenzimetro, il misuratore della colesterolemia, della glicemia, dell’adrenalina, dello stato psichico nelle situazioni di stress. Il prezzo del mezzo deve salire alle stelle, quasi come quello di un’auto, perché è proprio sul prezzo che casca l’asino, cioè si rivela il poveraccio.
Non vi dico le tute: spaziali, high tech, in micro resina, idrati di carbonio, fibre di titanio ai vapori di iodio, di quelle che non si lacerano mai, nemmeno se il corpo là dentro si frantuma, spappola, maciulla. Per non parlare dei caschi ai vapori di sodio, al nitrato di argento, con filamenti di tungsteno allo xenio radiattivo, e plutonio arricchito auto reggenti ad alta portanza, con radiogoniometro ed encefalogrammatrice satellitare. Perlomeno.
Il ciclista o è un fanatico, un maniaco, un ciclonauta spaziale, oppure non è.

Step 13.
Nemo propheta in patria è un mantra della cultura locale, un’altra delle regole non scritte da osservare alla lettera, se non si vuole essere deprivati per sempre di ogni chance di assimilazione alla calabrian way of life. Fin quando sono qui, i geni, gli extra terrestri (che io chiamo “terrestri extra”) per cultura ed intelligenza, capacità straordinarie, intraprendenza fuori del normale (diciamo intraprendenza e basta), non solo non sono riconosciuti, ma avversati con ogni mezzo, perché la loro affermazione nel sociale dimostrerebbe che anche qui si può operare ed agire con successo, come altrove, al Nord o all’estero. Ogni alibi per quelli che maledicono il fato e il Sud per la mancanza di opportunità di fare fortuna, verrebbe così a cadere.
Tale avversione viene camuffata da sconfinata ammirazione quando questi concittadini eccezionali siano diventati famosi emigrando in posti meno ingrati d’Italia o all’estero. Allora gli incensamenti si sprecano, a dimostrazione che loro, quelli rimasti qui, sono ben lieti di riconoscere il valore altrui, anzi, generosissimi con … chi se ne va, purché si allontani il più possibile, auspicabilmente per sempre.


Step 14.
Ci sono in Calabria dei modi di dire popolari che racchiudono tutta una filosofia dei rapporti sociali, oltre che umani. “Nun t’intricà, nun t’impiccià, nu ffa’ bene ca male tinni vene”, è uno di questi, che suggerisce di occuparsi dei fatti propri, perché  impicciarsi di quelli altrui, non solo non serve a nulla, ma causa danni al benefattore.
Esistono attività di beneficenza sociale, ma sono legati agli interessi della Chiesa o di  partiti o sindacati, che fanno assistenza più o meno pelosa, per controllare il territorio.
L’unica rete di protezione e solidarietà era qui la famiglia, ma questa istituzione ha perso molto del potere di una volta, perché si è sempre più ridotta al nucleo principale, mentre i legami con la parentela si allentavano, disgregati dalla indipendenza economica, dalla assistenza pubblica, dalla prematura fine dei matrimoni, anche qui frequentissima. Quando c’è bisogno, si ricorre alle badanti, quasi sempre straniere perché la rete famigliare è a brandelli.
Ma questa filosofia di base è diffusa in tutti i campi, non solo quello dell’aiuto reciproco e della solidarietà. Si diffida del darsi da fare, dell’industriarsi, del prendere iniziative. Chi lo fa è guardato con sospetto, sia perché offre un cattivo esempio per quelli che sostengono il quaeta non movere, lasciare le cose come stanno, perché a smuovere la terra vengono fuori i vermi e, al giorno d’oggi, i rifiuti tossici.
Di colui che si dà da fare si dice con disprezzo “cu’ n’a fa ffane”?! o il più incisivo ed icastico, oserei dire plastico, motto che racchiude in sintesi tutta una antropologia sociale, basata sulla diffidenza estrema per la “vita activa”: “C’adda fa, add’adda ji”?!, cosa deve fare, dove deve andare, e non cosa “vuole” fare, dove “vuole” andare, sottraendo al soggetto attivo la volontarietà dell’azione; come se solo un fato imperscrutabile, un destino incomprensibile potesse spingere qualcuno a darsi da fare per qualcosa. Anche in caso di interessi concreti, palpabili, materiali, economici. Perché, ovviamente, credere che qualcuno possa essere spinto da ideali è veramente da pazzi. L’esempio di Cristo è lampante, in tal senso: lui era un dio, o almeno suo figlio, non era un umano, faceva miracoli,  camminava sulle acque. Chi ci crede, qui, che fosse un uomo come gli altri? (se lo affermano, puta caso, strizzano l’occhio, come a dire “a cu’ ‘a cuntisi” , anche nella versione “ammia m’a cuntisi”?)
Per concludere questo step, siamo costretti a consigliare agli aspiranti al calabrian life style una assoluta rinunzia a qualsiasi forma di impegno ideale, anche se di tipo politico, tranne che questo non venga inteso come semplice interesse a far carriera in qualche carrozzone elettorale. In tal caso, l’iperattivo, se non viene preso per pazzo idealista, viene tacciato di arrivismo insopportabile. Se l’attivista venisse da fuori, abitasse a Roma, non rompesse le uova nel paniere dell’immobilismo locale, si potrebbe anche prendere in considerazione (per favori, raccomandazioni, posticini,  affarucci), ma se è di qui, muoia!

Step  15.
Che s’adda fa pe’ campà”, è un motto strettamente consequenziale a quanto esposto supra, step 14: chi si agita mosso da un ideale, è un folle, un “idiota” alla Dostoyevsky, un illuso senza speranza. Ma chi si contenta di quello che gli capita, qualunque cosa sia, un posto di scaccino in chiesa o di aiuto camposantaro, scaccabarozzi del cavolo, esattore di qualche mafia, finto invalido, organizzatore di eventucci culturali a percentuale, turibolatore (seu turiferario) di incenso di qualche signorotto locale, cliente e procacciatore di affari, anche se loschi, procuratore di testimoni falsi in giudizio, se lo fa per campare, è giustificato, ci sta (come si usa dire oggigiorno in tv): bisogna pur campare. Vivre pour vivre.
Ovviamente, per quanto già si è detto, è senz’altro tollerabile l’accontentarsi di posizioni sociali di infima categoria, perché se per campare s’intenda approfittare della cosa pubblica per arricchire millantando crediti, arraffare prebende, cariche ben retribuite senza merito (o peggio ancora se con merito), allora ci si ribella! Campare va bene, ma competere con i bravi cittadini onesti e benestanti, no, non va affatto bene.
Che s’adda fa pe’ campà” è come una pacca sulle spalle del poaraccio che si arrabatta per mettere qualcosa sotto i denti, che arranca a vivere, però con la massima deferenza per chi ce l’ha fatta, per chi conta qualcosa, se saluta e si inchina, anche solo mentalmente; se sorride e si contenta, purché gli diano qualche avanzo di vita. Ma se costui non sa stare al suo posto, e osa battute salaci, o si lamenta delle ingiustizie sociali, o mostra intelligenza di giudizio, allora non va bene, non va più bene.

Step 16.
Dio esiste, naturalmente, ma se non esistesse sarebbe la stessa cosa: ci dormiremmo sopra, esattamente come facciamo ora. E’ una battuta, questa è solo una battuta, si capisce. Certo che esiste, altrimenti non ci sarebbe neanche la parola.
Tutti sanno, e da sempre, che qui la religione è fatta di santi e di madonne, di processioni e miracoli, di statue e cerimonie rituali. Vale più un santo locale, che si conosce e che ci conosce, che ci appartiene, piuttosto che mille angeli, e un Dio, che manco sa che ci siamo; lo sa, lo sa, ma sai quanto gliene frega, a Lui! Lui ci ama tutti, ma siamo sei o sette miliardi, senza contare gli altri stramiliardi di esseri come noi, sparsi per l’universo, dato che ci saranno miliardi di pianeti tali e quali al nostro, tutti quanti abitati … non è che crediamo ancora di essere al centro delle centinaia di miliardi di galassie, come ai tempi di Tolomeo, quando il sole girava attorno alla terra, vero?
Allora, se abbiamo un santo in Paradiso, teniamocelo caro caro e non facciamo gli scettici e gli scientisti. I miracoli non esistono? sono solo una nostra immaginazione? non è giusto che ci siano, perché se no come mai ad alcuni sì e a tanti altri no? Bisogna crederci, è vero, ma se uno non ci crede, che colpa ne ha, lui? così uno che ci crede, oltre a questo vantaggio, acchiappa anche il miracolo?! non è giusto!
Processioni, paramenti sacri, mitrie, incanti, pellegrinaggi, novene, canti liturgici, dolci benedetti, automobili benedette, capannoni industriali benedetti, case di civile abitazione benedette, uffici, aziende, officine meccaniche, negozi, supermercati: tutti benedetti.
Qui la religione è soprattutto adorazione e non amore per gli altri, che sine operibus mortuus est. “Fate quello che ho fatto io e avrete la vita eterna”, ha detto Lui, però che fine ha fatto? In croce! Meglio adorare che fare del bene, perché, come abbiamo detto, “nuffà bene ca male tinni vene”, come è successo con la croce, appunto. Ecco perché la ‘Ndrina si chiama “Santa”, e gli ‘ndranghetisti, come i cugini mafiosi, si fanno gli altarini a casa e nei covi; perché un santista è come un santo (come dice la parola stessa), fa le grazie, ti viene incontro, ti presta, ti risolve i problemi, ti aiuta. Meglio, molto meglio di un prete.
Poi si sa che in Calabria la religione è un fatto delle donne: vanno alla messa, fanno la comunione, educano i figli al rispetto della Chiesa, dei sacramenti, parlano con il prete, gli portano le cose da mangiare e quelle voluttuarie, si fanno raccomandare quando c’è il bisogno; noi uomini non tanto pratichiamo la parrocchia, sia perché abbiamo altro da fare, sia perché non siamo ominicchi e pizzochi. Noi uomini ci diamo da fare per la Chiesa, anche danarosamente, quando siamo in politica. Allora andiamo in processione, stampiamo i manifesti, serviamo il Monsignore, diamo l’obolo per il restauro della Madonna Yx o della santa Ypsilon, sosteniamo il partito della croce, finanziamo la riffa religiosa per la raccolta di fondi per gli affamati del Burundi, degli Orfanelli delle Barbados … Insomma, la religione dei mascoli.
Per concludere questo step, voglio dire che per calabresizzare la vostra vita, dovete
assumere una concezione della religiosità di tipo virile, se siete mascoli, e di tipo femminile, se, al contrario, siete femmine.

Step 17.
Sud è sesso, si sa, da sempre. Il caldo, il tempo che non passa mai nelle interminabili giornate estive e nelle altrettanto lunghe nottate invernali, la mancanza di occupazioni mentali serie, di vita sociale impegnativa, la tradizionale indolenza del Sud, la ristrettezza dei rapporti fra donne e uomini, ancora sostanzialmente separati da barriere difficilmente sormontabili a causa della mancanza di opportunità di lavoro, e quindi di libertà, per le donne, fanno sì che il sesso sia sempre sognato più che praticato. Una vera ossessione, ma adesso non più di tanto, perché le cose cambiano anche qui, nonostante la filosofia corrente, per cui sembra che tutto rimanga sempre uguale a se stesso, al di là delle apparenze. E cosa c’è di nuovo, qui? Beh, internet, naturalmente e i telefonini. Il web ha davvero sconvolto il vecchio panorama del sesso d’antan; il porno invade anche la sessualità malata di inedia di questi posti e dilaga nei salotti buoni, compatibilmente con le restrizioni della vita famigliare e della presenza di mogli e figli; probabilmente prospera soprattutto negli uffici e studi professionali, dietro le scrivanie preferibilmente scure per via del tenebroso chic di questi luoghi. Al naturale (live) balbetta nei locali pubblici di tipo notturno, che qua si chiamano semplicemente “locali”, specie di trappoloni frequentati da quaranta/cinquantenni con poco da fare durante il giorno e con qualche soldo racimolato chissà come, anche se non molti. Appresso a poche donne disponibili, talvolta a pagamento anche solo per esibizioni visive, da privè “in bianco”.
I vecchi ormai fuori da ogni giro si soddisfano semplicemente guardando in tv le più o meno belle sgambate frequentatrici, la cui audience è data, in tutta Italia, proprio da questo tipo di spettatori. Si tratta più che di un sesso parlato, spiato, sognato come nei vecchi tempi, di una sessualità tutta di occhi, squadernati davanti a schermi sempre più grandi, a mano a mano che la vista si fa più flebile e le frequentazioni reali più rare(fatte).
Sud è sempre sesso, oggi come oggi, ma non solo parlato e vagheggiato, bensì anche (e soprattutto) ammirato, osservato, guardato.

Step 18.
Una volta gli status symbol erano il palazzo, la villa con le colonne, la carrozza con il tiro a quattro, il casino di campagna, il salotto con gli specchi, gli ori pompier, le feste in villa, raramente le grandi biblioteche di libri monstre, da non leggere, e altro che non ricordo. Ora si possono distinguere nelle seguenti categorie:
1)    status symbol mobili, come le auto, un simbolo molto comune ed apprezzato anche perché diversificabile in un’infinita serie di opzioni; visibile dappertutto e senza possibilità di oscuramento. Poi c’è la barca, che purtroppo non può essere vista da tutti, dove non arriva il mare e nemmeno da chi non naviga nel web (qui ancora la stragrande maggioranza); quindi c’è l’aereo, il Cessna o il Cessnino, piccolo aereo da diporto, che però è così esclusivo da essere simbolicamente riservato ad una estrema élite di appassionati fanatici, che perciò non entrano a far parte della upper class; si tratta di sportivi, una categoria a parte, che ha un limitato appeal sociale, qui in Calabria; cui appartengono a pieno diritto i deltaplanisti e quelli del parapendio o i paracadutisti a caduta libera, oppure i kite, wind, sea surfer, che ne combinano di belle, anzi pazzesche, ma per un pubblico da spiaggia, che in città non ha seguito. Un altro simbolo mobile è la donna, ma nel Meridione si tratta di un orpello difficilmente portabile, perché, nonostante i progressi, qui l’ambiente è tuttavia molto controllato dal costume, i pregiudizi atavici sono ancora tenaci, il mercato del sesso asfittico, e le donne non tanto disponibili per via della loro condizione fortemente minoritaria in senso sociale, tuttora molto uomo-dipendente. Esibire una bella o bellissima non è né tanto facile e neppure tanto promozionale: si rischia di passare per nouveaus riches, un po’ cafoni.
2)    status symbol stabili, che non sono più quelli del passato, i grandi palazzi signorili, con colonne, portici, patios, parchi e giardini barocchi o rinascimentali o romantici; bensì ville e villette, sempre con giardino, ma rigorosamente secretati da grandi siepi fittissime, addirittura di plastica, a volte, perché la esibizione di opulenza potrebbe attirare i malintenzionati, sapete com’è. Chi entra, certo, ha da vedere: collezioni di mobili vintage o futuribili, o di antiquariato e una quadreria da esposizione, e soprammobileria che più esclusiva non si potrebbe. La villa al mare e quella ai monti o in campagna sono quasi di rigore. Però tutto senza grande esibizione, senza esposizione mediatica, perché, nonostante la discrezione del fisco e della guardia di finanza e di tutte le autorità preposte alla tutela dei pubblici introiti, è meglio non esagerare, anche qui. Fra gli immobili, anche se scientificamente mobili, metterei i televisori, il vero, nuovo, iper-to-date oggetto di culto del giorno di oggi: schermi giganteschi, non più ultrapiatti, ma leggermente curvi, secondo la curvatura dello spazio einsteiniano; satellitari, ma senza parabolica (archeologica, oh yeah), collegati a tutti i telefoni e computer e tablet disponibili nell’area di casa-macchina-moto-barca-villa-ufficio-studio-laboratorio-thinkthanking-garconnière-castingstudios-dépendance-palestra.

3)    status symbol portabili sono vestiti e gioielli, ma questi è prudente tenerli chiusi, meglio se in banca, al sicuro nelle cassette di sicurezza, mentre i vestiti sfarzosi e adeguati a distinguerci socialmente corrono il rischio di venire confusi con la paccottiglia cinese che rivaleggia all’apparenza con i prodotti di boutique, come del resto i gioielli, spesso di bijouterie, magari copie di originali preziosissimi.
Restano i Rolex, ma si tratta di oggetti troppo vistosi e sospetti di contraffazione, che, per essere apprezzati, richiedono particolare competenza, qui merce rara; cosicché l’effetto è limitato a cerchie infinitesime di estimatori. Cosa ci può essere, ancora? Delle griffes abbiamo già detto parlando degli abiti: ce lo devono avere scritto sopra a caratteri cubitali, come sulle borse Vuitton, ma allora si passa per esibizionisti grossier (“cafunazzi”). La risorsa sono i gadget della utensileria elettronica più aggressiva e costosa, come enormi tablet, smartphone di ultimissima generazione, che dico, non ancora generati, ma generabili, esclusivi, non ancora in commercio in Italia (o, ancora meglio, addirittura in Europa). I super smart electronics sono la vera risorsa, perché dopo qualche giorno sono già superati e solo i vip si possono permettere il continuo, incessante, diuturno aggiornamento. Gli scimmiottamenti nelle case modeste sono grotteschi.  Mi è capitato giorni fa di entrare nel tinello di una di quelle famiglie, una specie di covo, pieno di mobili scuri, soffocato dall’odore di cibo, e popolato da sette/otto persone, più o meno. La gente era ammucchiata nella penombra e, almeno in mia presenza, non articolava parole, ma versi. Non si sapeva cosa facessero, là. C’era un enorme schermo televisivo, di un metro per 50 centimetri, acceso su di una partita di calcio. Mi sono scusato della mia intrusione, che potesse impedire la vista del gioco, ma loro mi hanno assicurato che non stavano guardando per niente, e che la tv sta sempre accesa per abitudine (per compagnia, come colonna visiva della loro esistenza quotidiana, ma soprattutto per esibizione di opulenza posticcia, aggiungo io).

Step 19.
la cultura è tutto ciò che distingue dagli altri, dalla gente comune, dal popolino, dagli altri, gli ignoranti. Anch’essa uno status symbol, ma di tipo particolare, non fatto di prodotti di supermercato, cose materiali, oggettistica, merci da banco o da bancarella, bensì idee, storia, conoscenza, scienza, studi superiori, sapere; insomma CULTURA. A cosa serve, tutta questa cultura? a ricordare, a vincere le gare virtuali di citazioni, ad acchiappare quel  nome, quel titolo, quel film, quel cantante di opera o di rock o addirittura pop, perché no: tutto è cultura!
Distingue dalla gente comune, ti fa capire quanto sia importante elevarsi al di sopra della massa.
Poi, esplica un’altra importante funzione, che è individuale ma anche sociale, ovvero quella di far passare il tempo, a volte anche piacevolmente, e con pochi soldi, perché la cultura ha un valore aggiunto intrinseco molto superiore a quello in danaro. Vai a un teatro? spendi 10 o 20 euro; vai in trattoria e non te n’esci con meno di 30 o 40. A cinema con 7 euro ce la fai, mentre per una pizza ce ne vogliono 15, senza contare il tempo: pizza, un’ora, cinema due, e via! Puoi comprare un ottimo libro, con 20 euro (se ne compri uno di filosofia, anche meno di 10) te lo porti via e ti dura una settimana, un mese, e anche di più, se è un classico di quelli grossi e difficili. Ma la cultura non è fatta solo di prezzi e di consumi individuali: ci sono mercatini del libro usato, mostrine del libro nuovo, dei cd, dei dvd; mostre di pittura, scultura, disegni architettonici; esposizioni di fotografie sui temi più vari, anche di carattere internazionale, rassegne di manifesti di cinema, convegni di ogni sorta, che non costano nulla e spesso offrono anche il buffet; musei di tutti i generi, anche di bambole, vecchi giocattoli, oggetti di arte sacra e profana di natura etnica,
presentazione di libri, che con un paio di ore di fatica ti consentono di conoscere il succo di un’opera senza doverla comprare e poi leggere; percorsi guidati fra i monumenti e i centri storici; mostre gastronomiche, che uniscono alla cultura materiale pensata anche quella mangiata; feste popolari dove, fra un piatto e l’altro, si discutono i problemi della convivenza civile e della barbarie umana dilagante; i dibattiti, dove ne senti di tutti i colori, se ti va, e, se non ti va, ti fai due chiacchiere con l’amico, sbirci la signora, ti prendi un amaro con qualcuno e socializzi.
Perché con il piccione-cultura prendi almeno due fave: ti metti sopra l’80 per cento degli altri, che sono ignoranti, e ci passi il tempo.   
Per calabresizzarsi bisogna assolutamente evitare di credere che la cultura sia uno strumento di conoscenza per capire il mondo e migliorarlo, secondo una idea di progresso, a cui gli uomini di “vera” cultura storcono il naso con raccapriccio (un’idea superata, vintage).

Step 20.
Tutto fa schifo e tutto è grandioso.
Qua in Calabria non esistono mezze misure, in una concezione rabelaisiana della vita ed anche donchisciottesca (come proverò a dire più avanti).  
L’atteggiamento del calabrese oscilla fra una concezione nichilista del mondo, ed una visione grandiosa, mitica delle cose della propria terra, e dintorni.
Tutto fa schifo, il destino è inesorabile, nulla cambia, nella sostanza (o “ciccia”, come volgarmente si usa dire in TV, la maestra negativa -matrigna- degli italiani). Povero Eraclito, non ha proprio mercato, qui, dove vige il gattopardismo. Tutto muta nelle apparenze, in superficie, ma nel profondo tutto rimane immutabile e immobile; come il mare, che, increspato in superficie, è sempre un enorme ammasso di acqua salata. Se lo si desalinizza per usi alimentari o agricoli, il sale non scompare, ma va a finire da un’altra parte, anzi dalla medesima parte, ancora il mare, che diventa vieppiù salato, tanto da rendere difficile la vita anche ai pesci. Vanno avanti sempre quelli che hanno santi in paradiso, i disonesti, gli arrivisti, i raccomandati.
La raccomandazione è la vera religione di qui.
Poi, stranamente, l’immaginazione, l’ottica, si rivoluziona radicalmente quando si parla delle proprie ricchezze naturali, nonché delle opere dell’uomo, quelle monumentali, culturali in senso largo. Qui le dimensioni si ingigantiscono come nei miti e nelle leggende dell’antichità, per cui l’Olimpo era alto come il cielo ed il ciclope era tanto gigantesco da poter divorare gli umani come fossero spiedini alla griglia. I nostri monti somigliano a quelli dipinti dal grande Le Voci, immensi, alti più delle montagne himalayane, più delle nuvole alte; come li vede la fantasia di un bambino. I geni locali (purché emigrati, preferibilmente all’estero) diventano dei geni assoluti, immensi, incomparabili.
Un po’ alla Don Chisciotte con i mulini a vento. Ed ecco che il discorso è arrivato al cavaliere dalla triste figura, l’ingenuo paladino dell’ideale. Qui la sua grandezza è al contrario, e la lancia spuntata è diretta contro tutto quello che esiste, in un nichilismo quasi totale, che ammette solo la lotta per la sopravvivenza, anzi il diritto inalienabile alla sopravvivenza, purché ai livelli più bassi.
Non il cavaliere dell’ideale, ma di una specie di Apocalisse, da cui non si salva nessuno.

Step  21.
La politica. Oh, la politica è un discorso che qui non si può nemmeno sfiorare, non ce la faccio, e non per evitare l’inimicizia di tutti quelli che se ne occupano in maniera professionale o clientelare, ma perché è un pozzo senza fondo di ovvietà. Si parla di inquinamento della politica da parte della criminalità organizzata, senza andare fino in fondo con l’analisi e concludere che non c’è inquinamento, ma commistione, compartecipazione, cointeressenza, diciamo più prudentemente in maniera criptica intersustanziazione. Si intende dire che la politica è una mafia, che si chiama, appunto mafia politica, per distinguerla dalle altre, in base alle sue forme e alle sue regole. Si tratta di una mafia legale, che spesso scivola fatalmente in quella contraria alla legge, come quando uno cammina presso lo sterco con un piede e ci va a finire anche con l’altro.
Questo discorso vale, naturalmente, per la politica in tutto il territorio nazionale, ma qui ha connotazioni più caratteristiche della mafia vera e propria, quella storica.
La mafia politica, essendo legale, ha una penetrazione nel corpo sociale che quella vintage non si può sognare. Moltissime sono le persone legate al sistema politico-mafioso, qui al Sud, per via dei favori, dell’assistenza, della fragilità del settore privato, sempre bisognoso di protezione e sostegno pubblico; il territorio è così intensamente popolato di emissari dei notabili, dei loro portaborse, dei loro galoppini, che risulta estremamente difficile non cadere nella rete, diciamo meglio uscirne o tenersene lontani. Le sue maglie sono capillari e onnipresenti.
Le amministrazioni locali si occupano di circolazione stradale, rifiuti solidi urbani, assistenza e tasse. E  “cultura”, per alimentare il sottobosco dei clientes “colti”, i piccoli manipolatori dell’opinione pubblica locale, procacciatori di consenso, quelli che danno al potere politico l’aura della nobiltà di intenti e della promozione dei valori che contano (nelle forme della paccottiglia di cui si è parlato).
Realizzare questo ultimo step non è per niente facile, se si vive in regione; altrimenti è facilissimo: basta non metterci piede.



N.B.
Quello che si dice in questo piccolo libello (quindi libellino o libelluccio) della Calabria, vero o non vero o meno vero che sia, si può adattare a tutto il Sud, con qualche piccola variante dovuta al colore locale; e, con qualche distinguo, a tutta l’Italia. Ciascuno parla di quello che gli urtica più da vicino.
         

Calabria-Italia
23 settembre 2015,
h. 16,49

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