HOW TO CALABRIZE YOUR LIFE
or not calabrize your life
di Giorgio Massacra
Si
trova in commercio un piccolo libro (altezza cm. 10,50 x larghezza cm. 15 x spessore
cm. 0,2, pag. 28), “How to japanize your
life” (come giapponesizzare la vostra vita), ed. Zero s.r.l., che propone
un percorso ideale per adottare lo stile di vita giapponese.
Non so
se si possa desiderare una cosa simile, ma, se così fosse, non si vede perché
non pensare ad analoghi percorsi sui modelli di altri popoli e culture, anche
se non dotati di particolari attrattive.
Allora
perché non immaginare anche l’adozione di un life style veramente diverso dal solito, come quello calabrese?
Compito
non facile, s’intende, direi quasi ostico, quanto lontano dagli itinerari mentali
consueti nel mondo globalizzato. Ma nel caso che qualcuno lo desiderasse, ecco
il percorso che noi gli potremmo suggerire.
L’aggiunta
della negazione “not” nel titolo vuol
intendere che, seguendo le indicazioni al contrario, si può evitare una
calabresizzazione inconsapevole, dovuta a fattori ambientali o di natura
genetica, oppure rinunziare alla calabresità conclamata, decalabresizzandosi
consapevolmente.
Step 1.
La
prima regola da osservare rigorosamente è quella di non rispettare i propri impegni
e non pagare i propri debiti, altrimenti la calabresizzazione rimarrà solo un
sogno.
Da
queste parti non basta l’accordo verbale, non la stretta di mano, non sono
sufficienti le scritture private, e nemmeno gli atti pubblici davanti a un notaio:
che, anzi, creano sospetto di malfidanza e non agevolano certo la
contrattazione: chi può fidarsi di chi non si fida degli altri fino a questo
punto? l’unico metodo quasi sicuro di recuperare quanto ci è dovuto è ricambiare
le inadempienze altrui. Per esempio, se ripariamo il bagno di casa di qualcuno,
potremo recuperare il compenso comprando da lui merce a credito senza pagarne
poi il prezzo, almeno nei limiti del nostro credito. Vendo della merce a
qualcuno? costui organizza cerimonie matrimoniali? potrò ottenere quanto mi
spetta se ho una figlia da sposare e mi servo della sua impresa senza pagare a
mia volta. E così via. Ovviamente, tale operazione non è praticabile quando il
vostro debitore appartenga alla ‘ndrangheta e voi, invece, no.
Questo
primo principio dello stile di vita calabrese si potrebbe chiamare
“brigantaggio contrattuale”, considerando che la società calabrese è
profondamente permeata del modello brigantesco, anche al di fuori delle forme
tradizionali, che, del resto, sono state abbandonate persino dalla criminalità
vera e propria, dopo l’ultima reviviscenza al tempo dei sequestri di persona a
scopo di estorsione negli anni Ottanta. Ora la “santa” si muove nel mondo della
politica e della finanza, secondo modalità che poco hanno a che fare con gli
agguati e le estorsioni, che rimangono solo come avanzi dei vecchi tempi nei
rapporti sociali di tipo comune.
Step 2.
Continuando
ad usare lo schema teorico del brigantaggio, che fa tanto colore locale e
rappresenta in maniera adeguata un’atmosfera e una mentalità sociali
uniformemente diffuse, si può senz’altro parlare di “brigantaggio fiscale” a
proposito di un’altra immancabile caratteristica della calabrian way of life: la
sistematica evasione dei tributi, imposte e tasse, che in Calabria raggiunge,
secondo calcoli ufficiali, l’87%, contro una media nazionale attorno al 50%. E
non si tratta solo degli scontrini non emessi, degli affitti non dichiarati,
dei piccoli compensi per servizi personali non contabilizzati, ma di profitti
enormi completamente sottratti al fisco; ivi compresi quelli criminali,
naturalmente.
Proprietari
di case, palazzi, auto di lusso, ville al mare e ai monti, con un tenore di
vita da nababbi che figurano nullatenenti non sono una esclusività calabrese, certo,
ma qui sono la generalità. Supermercati e centri commerciali, sportelli bancari
a profusione riciclano miliardi di euro di danaro sporco nella completa assenza
di qualsiasi controllo, perché con la ‘ndrangheta non conviene insistere troppo
nelle investigazioni.
Brigantaggio
fiscale, quindi, a torrente, a fiumara, a tsunami? ma no, meglio dire a
irrigazione a goccia o a pioggia, dappertutto, in maniera silente,
uniformemente diffusa.
Step 3.
Altra
regola indefettibile è sottopagare il personale dipendente o chiunque lavori
per noi in maniera sporadica od occasionale. Secondo i calabresi lo Stato e i
sindacati impongono regole giugulatorie, insostenibili per chi si comporti
onestamente e non vada a rubare. Lo Stato rapina i contribuenti, i sindacati
proteggono i vagabondi e sono mantenuti dalle istituzioni solo per sfruttare i
cittadini onesti. Questi finirebbero
alle elemosine se dovessero pagare a tariffa chi lavora per loro. Protestare
non serve, i partiti rubano a man bassa anche loro, e noi ci dobbiamo difendere
da soli, pagando “il giusto”, cioè quanto ci è possibile: lo chiamino pure
“brigantaggio salariale”, ma come fare diversamente? d’altronde il vecchio
brigantaggio non era, forse, una forma di resistenza ad uno Stato oppressore del
popolo meridionale, con la violenza degli eserciti ed il controllo armato del
territorio?
Step 4.
Inevitabile
conseguenza della necessità di ridurre i salari a dimensioni compatibili con la
giustizia sociale, è un’altra regola irrinunziabile della calabresità: pagare
in nero, evitando di dichiarare i rapporti lavorativi; ciò per evitare quei
contributi previdenziali che raddoppiano praticamente il costo del lavoro; se
proprio non si potrà evitare radicalmente la ufficializzazione del rapporto,
almeno se ne diminuiranno i danni, per esempio, riducendo ai minimi termini il
periodo lavorativo dichiarato rispetto a quello reale; così che i contributi
siano riportati ad equità. Si potrebbe parlare, in merito a questo principio di
calabresità, di “brigantaggio previdenziale”? noi pensiamo di sì, sempre intendendosi
bene sull’accezione storicamente e socialmente apprezzabile del termine.
Step 5.
Sia
ben chiaro che quanto si è detto prima deve essere inquadrato in una
considerazione storico-politica dello Stato secondo la nuova concezione della
questione meridionale elaborata negli ultimi decenni, secondo cui la arretratezza
economico-sociale del Sud è conseguenza della colonizzazione operata dallo
Stato Unitario a beneficio dell’economia dominante del Nord. Anche la nostra
pretesa democrazia, oltre che un imbroglio dei ricchi per far pagare i poveri e
gli svantaggiati, è uno strumento di oppressione mistificata delle popolazioni
meridionali. Si arriva addirittura a rivalutare il regime borbonico, proponendo
un movimento neoborbonico di cui non si riesce nemmeno ad immaginare le
eventuali forme di realizzazione, anche se la follia teorica, oltre a quella
mentale, è sempre dietro l’angolo.
Step
6.
Su
questa linea di pensiero e di comportamento, appare inevitabile che lamentarsi del
governo sia una specie di leit motiv
della vita dei bruzi. Per calabresizzarsi, quindi, risulta necessario criticare
aspramente e dappertutto i governi della Repubblica, di qualsiasi colore e
natura, di destra, sinistra, centro, centro-destra, centro-sinistra,
centro-destra-sinistra, centro-sinistra-destra, centro-centro, e altre
possibili combinazioni; anche se nei posti di potere siedano fior di
meridionali, e anche meridionalisti: se al Parlamento fossero tutti del Sud,
l’atteggiamento dei calabresi sarebbe lo stesso, identico, spiccicato; persino
se fossero tutti calabresi, come capita nei governi regionali o nelle
amministrazioni locali. Perché il disprezzo per il potere centrale si
trasferisce a tutti i livelli, a pioggia: anche al sindaco, considerato parte
della casta degli oppressori, nonostante sia il signore della porta accanto.
Tutti gli uomini di potere sono ladri, corrotti, incapaci, salvo che non siano
amici personali o non facciano parte del nostro clan.
La
politica dei cittadini in buona sostanza è fatta solo di critiche astiose a chi
governa la cosa pubblica, responsabile di ogni malanno, compreso il maltempo
atmosferico; naturalmente sulle panchine, al bar, nei crocchi di amici, detti
ricunculi, mai di fronte ai responsabili, né de visu né con dichiarazioni e interventi pubblici; a meno che non
si abbia qualche interesse a prendere posizione, perché avversari politici o
loro clientes.
Step 7.
La pessima
considerazione che si ha delle istituzioni (come entità estranee e nemiche) si riversa
sulla intera sfera pubblica, compresi gli spazi comuni, trattati come terra di
nessuno, che si abbia il diritto di invadere e saccheggiare, e di cui, se
possibile, impossessarsi, fare uso ed abuso. Ogni cura viene riservata alla sfera
privata, la casa, il proprio giardino, la vigna, il salotto buono, il balcone
fiorito; la massima noncuranza, se non disprezzo, per i beni di tutti, la
strada, la piazzetta, i giardinetti comunali, i marciapiedi, il verde pubblico.
Step 8.
Il
disprezzo della dimensione sociale è esattamente il contrario di quanto
succedeva nella Grecia antica, in cui quella dimensione era appannaggio dei
migliori, i cittadini proprietari, una ristrettissima élite cui erano riservati
i diritti politici. Essi soli frequentavano l’agorà e potevano discutere i
problemi della città.
Questo
comportava l’uso del pensiero, al livello più alto, cui erano impegnati anche i
pensatori di professione, i filosofi.
Il
rifiuto della partecipazione attiva alla politica, se non al livello della
chiacchiera, del pettegolezzo, della maldicenza, e nella più completa
disinformazione sui fatti che contano, fa sì che non venga coltivata minimamente
l’attitudine umana al pensare.
Qui
non si pensa, ma si riferisce il sentito dire, senza spirito critico, senza una
ricerca delle fonti. Si scimmiotta lo sciocchezzaio dei talk show (che pochi “colti”, del resto, guardano) e si evita
accuratamente di riflettere su quello che avviene al mondo, compresi fatti ed
eventi più vicini alla propria persona, come la salute, il comportamento dei
figli, la corretta alimentazione, la spesa “intelligente”, il rapporto con gli
anziani, l’uso migliore del proprio tempo, le abitudini salutari o viceversa.
Ci si fida ciecamente degli esperti, dai medici ai farmacisti, tirando avanti a
forza di medicine, cocktail complicatissimi e costosissimi, senza interrogarsi
sulle vere cause dei propri mali, che sono soprattutto una alimentazione
assurda e stili di vita da suicidio assistito (dai farmaci).
Una
volta non era così, e la vita frugale, esposta a tutte le intemperie, affidata
al caso, ma che proprio per questo richiedeva una grande attenzione ed un
preciso calcolo delle proprie possibilità e delle conseguenze dei propri atti,
costringeva a pensare, riflettere, favorendo una naturale attitudine all’uso
della intelligenza. Una caratteristica che veniva attribuita alla influenza
della grande filosofia greca, che qui in Calabria, e nell’intera area di Magna
Graecia, sembrava avere messo solide radici anche a livello popolare. La
peggiore conseguenza del consumismo e della colonizzazione del Sud forse è
proprio questa estirpazione delle radici del pensiero, sostituito dalle
medicine, dalla assistenza sociale e dall’assopimento della ragione operata dai
media. Non pensare è una specie di brigantaggio contro se stessi, da cui non è
possibile difendersi.
Step 9.
Una
delle abitudini più profondamente radicate nella cultura calabrese è quella di
dormire il più possibile, definendo il sonno “riposo”. C’è gente priva di
qualunque tipo di occupazione, come i pensionati “tombali”, che il pomeriggio
“riposano”, la mattina fanno un riposino, la sera si appisolano davanti alla tv;
riposano, non si sa da quali fatiche. I giovani, o i non ancora vecchi, tirano
tardi la notte il più possibile, e se ne vantano come grosso titolo di merito:
“Sono andato a dormire alle 3”; “Io alle quattro meno un quarto”. Sono
soddisfazioni, come usa dire Travaglio. Dormono fino a tardi, fino alla mezza e
oltre, giustificati dalla gloria del rientro alle ore piccole, passate a
perdere altro tempo; una medaglia al valore.
Step 10.
Abbiamo
appena parlato dei pensionati “tombali”, a proposito di coloro che hanno
raggiunto l’età per il trattamento di quiescenza. Perché “tombali”?, vi
chiederete. La ragione è che i pensionati di questa regione non fanno nulla di
nulla, nisba, nada, nothing, néant, nicht. Non si muovono, non leggono; non
vivono, quasi, forse nella speranza che la morte non si accorga di loro,
scambiandoli, eventualmente, per cadaveri. L’unica cosa che fanno è andare o
mandare qualcuno in farmacia ad aggiornare quotidianamente i cocktail di
medicinali offerti dal servizio sanitario nazionale. D’altro canto la pensione è un trattamento di
quiescenza e questo termine significa riposo, no? Lavorano per 36 anni e per
altrettanti anni, o più, riposano. La pensione è il diritto fondamentale della
Repubblica, età dell’oro, o di bengodi, o dei balocchi, il vero coronamento di
una vita di lavoro (anche se non proprio sempre).
Devo
aggiungere una notazione che riguarda, sì, il trattamento di quiescenza, anche
se non sotto il profilo del farniente.
Quando
non era stato ancora inventato il sistema pensionistico tombale dei giorni
nostri, si facevano figli, che costituivano l’unica forma di previdenza di quei
tempi; anche se, poi, i figli si liberavano ben presto di quel gravoso fardello
perché si moriva molto prima, sia per la scarsità di medici che di quelle
medicine che oggigiorno fanno sopravvivere anche i morti.
Ora
figli non se ne fanno più, essendo la loro funzione assolta dal sistema
pensionistico nazionale, ben più efficiente e garantito di qualsiasi prole.
(fine
prima parte)
Step 11.
Mangiare
in abbondanza in Calabria è segno di buona salute: chi mangia poco ed è magro,
è considerato macilento, malaticcio, poco prestante (anche sotto il profilo
sessuale); chi mangia con appetito e in abbondanza, vuol dire che è in buona
salute, oltre che a posto con la coscienza. Quelli che mangiano poco sono
stimati poco; un tempo, perché i lavori correnti richiedevano fatica fisica e
quindi corpi pieni di riserve energetiche; adesso perché la ideologia
consumistica dominante pretende che si spenda il più possibile, anche in cibo.
Quindi
anche la corpulenza viene vista con occhio benevolo, nonostante i dettami della
fitness che esondano dai giornali e dalla televisione, con i corpi maschili scolpiti
a dorso di tartaruga, e le donne piallate con il photoshop. Una bella pancia sporgente,
purché soda e non deforme, fa sempre simpatia e gode ancora della vecchia
considerazione dovuta all’ “ommo de panza”, un po’ sprezzante delle mode, ma
soprattutto autorevole.
Restando
in argomento cibo, si può citare il vecchio adagio “tutti i salmi finiscono in
gloria” per intendere che ogni cosa, qui, finisce in colazioni, pranzi, cene,
spuntini, buffet, controbuffet, “a portarvia”. Battesimi-cresime-estreme unzioni-ordini
sacri-matrimoni-funerali sono tutte occasioni per mangiare. E gite, scalate, passeggiate,
scampagnate, biciclettate, motociclettate, visite guidate, il footing-jogging-scouting-orienteering-jumping-rafting-climbing
(l’inglesorum di Stella non guasta mai)? “Uguaglio”. Si organizza un convegno
sulla promozione del territorio, un incontro pubblico sulla mortalità infantile
o sulla esistenza del diavolo, sul doping
nello sport o sul sesso in internet, sullo sbarco dei gommoni e le
migrazioni di popoli? Quello che conta è la conclusione gastronomica, con
eventuale presentazione dei prodotti tipici del luogo. Si fa sesso, si fuma, si
beve? La meta finale è la mangiata, magari abbuffata a quattro ganasce, perché
solo questo è vero mangiare. Da Uomini.
La
nobilitazione della abbuffata un tempo era lo schiaffo alla fame, la superiorità
sulla miseria (degli altri e della propria). Al giorno di oggi è la cultura del
cibo pompata a dismisura dalla grande industria alimentare multinazionale
attraverso un battage pubblicitario martellante ed invasivo su tutti i media
possibili e immaginabili. Per cui la persona veramente colta, aggiornata,
informata, deve muoversi fra i prodotti gastronomici con la disinvoltura di un
Porfirio Rubirosa fra la lingerie
delle donne più vip (ero tentato di dire paparazzate, ma l’espressione mi è
parsa una caduta di tono intollerabile anche per uno come me) del pianeta (la
citazione del Rubirosa è veramente di annata, lo ammetto, ma anche io lo sono, malheureusement).
Step 12.
La
Calabria è la regione con il reddito pro
capite più basso (molto meglio che usare la volgare qualificazione di
“povera”) d’Italia: 15.500 euro l’anno, contro i 39.800 di Bolzano, per
esempio. Ciononostante le strade, le piazze, i parcheggi, le strisce pedonali,
le aree ZTL, i marciapiedi, gli slarghi, le strettoie, gli spazi verdi
sormontabili sono incrostate di automobili come fosse un mosaico moderno,
astratto, senza un disegno comprensibile, un conglomerato di acciai multicolori
(anche se qui prevalgono i toni di grigio, che i calabresi preferiscono ai
colori vivaci, considerati kitsch, o cafoni, così come una volta il colore
elegante era il nero, benché quasi tutti portassero quel colore per nascondere
la scarsa pulizia degli abiti). Perché si può non avere nulla, nemmeno la casa
o un pezzetto di terra, ma senza macchina è la vera sfiga. Hai voglia di dire
che camminare fa bene, che mezz’ora di buon passo è una toccasana per le
coronarie, ma andare a piedi è da sfigati. Intendo che spostarsi da un luogo ad
un altro scarpantibus, magari con la
busta di plastica della spesa, è veramente una dichiarazione di poverocristità,
come la tessera del pane di una volta.
Per andare a piedi bisogna buttarla nello sport, e
fare footing, jogging, jumping,
orienteering, free climbing, running, fast walking, mooving walkwaying, speedy
moving, and so on on on.
Insomma, si possono usare i piedi solo se si è
dei camminatori fanatici, non semplici pedoni.
La
stessa cosa si può dire per la bicicletta. Servirsene come mezzo di
locomozione, per spostarsi da un luogo all’altro è una diminuzione di stato,
nel caso se ne abbia uno di alto profilo, altrimenti è una confessione di bassura
sociale, analoga a quella del pedone.
Per
andare in bici occorre averne una da corsa o da montagna, con centinaia di
rapporti di velocità, sospensioni elettroniche, apparecchi di controllo di
tutte le funzioni del mezzo, oltre che del terreno, della velocità del veicolo,
della pressione delle ruote come della tensione arteriosa del pilota, il
cardiofrequenzimetro, il misuratore della colesterolemia, della glicemia,
dell’adrenalina, dello stato psichico nelle situazioni di stress. Il prezzo del
mezzo deve salire alle stelle, quasi come quello di un’auto, perché è proprio
sul prezzo che casca l’asino, cioè si rivela il poveraccio.
Non vi
dico le tute: spaziali, high tech, in
micro resina, idrati di carbonio, fibre di titanio ai vapori di iodio, di
quelle che non si lacerano mai, nemmeno se il corpo là dentro si frantuma,
spappola, maciulla. Per non parlare dei caschi ai vapori di sodio, al nitrato
di argento, con filamenti di tungsteno allo xenio radiattivo, e plutonio
arricchito auto reggenti ad alta portanza, con radiogoniometro ed
encefalogrammatrice satellitare. Perlomeno.
Il
ciclista o è un fanatico, un maniaco, un ciclonauta spaziale, oppure non è.
Step 13.
Nemo propheta in
patria è un mantra della cultura locale,
un’altra delle regole non scritte da osservare alla lettera, se non si
vuole essere deprivati per sempre di ogni chance di assimilazione alla calabrian way of life. Fin quando sono
qui, i geni, gli extra terrestri (che io chiamo “terrestri extra”) per cultura
ed intelligenza, capacità straordinarie, intraprendenza fuori del normale
(diciamo intraprendenza e basta), non solo non sono riconosciuti, ma avversati
con ogni mezzo, perché la loro affermazione nel sociale dimostrerebbe che anche
qui si può operare ed agire con successo, come altrove, al Nord o all’estero. Ogni alibi per quelli che maledicono il fato
e il Sud per la mancanza di opportunità di fare fortuna, verrebbe così a
cadere.
Tale avversione viene camuffata da sconfinata ammirazione
quando questi concittadini eccezionali siano diventati famosi emigrando in
posti meno ingrati d’Italia o all’estero. Allora gli incensamenti si sprecano,
a dimostrazione che loro, quelli rimasti qui, sono ben lieti di riconoscere il
valore altrui, anzi, generosissimi con … chi se ne va, purché si allontani il
più possibile, auspicabilmente per sempre.
Step 14.
Ci sono in Calabria dei modi di dire popolari che
racchiudono tutta una filosofia dei rapporti sociali, oltre che umani. “Nun t’intricà, nun t’impiccià, nu ffa’ bene
ca male tinni vene”, è uno di
questi, che suggerisce di occuparsi dei fatti propri, perché impicciarsi di quelli altrui, non solo non
serve a nulla, ma causa danni al benefattore.
Esistono attività di beneficenza sociale, ma sono legati
agli interessi della Chiesa o di partiti
o sindacati, che fanno assistenza più o meno pelosa, per controllare il
territorio.
L’unica rete di protezione e solidarietà era qui la
famiglia, ma questa istituzione ha perso molto del potere di una volta, perché
si è sempre più ridotta al nucleo principale, mentre i legami con la parentela
si allentavano, disgregati dalla indipendenza economica, dalla assistenza
pubblica, dalla prematura fine dei matrimoni, anche qui frequentissima. Quando
c’è bisogno, si ricorre alle badanti, quasi sempre straniere perché la rete
famigliare è a brandelli.
Ma questa filosofia di base è diffusa in tutti i campi, non
solo quello dell’aiuto reciproco e della solidarietà. Si diffida del darsi da
fare, dell’industriarsi, del prendere iniziative. Chi lo fa è guardato con
sospetto, sia perché offre un cattivo esempio per quelli che sostengono il quaeta non movere, lasciare le cose come
stanno, perché a smuovere la terra vengono fuori i vermi e, al giorno d’oggi, i
rifiuti tossici.
Di colui che si dà da fare si dice con disprezzo “cu’ n’a fa ffane”?! o il più incisivo ed
icastico, oserei dire plastico, motto che racchiude in sintesi tutta una
antropologia sociale, basata sulla diffidenza estrema per la “vita activa”: “C’adda fa, add’adda ji”?!, cosa deve fare, dove deve andare, e non
cosa “vuole” fare, dove “vuole” andare, sottraendo al soggetto attivo la
volontarietà dell’azione; come se solo un fato imperscrutabile, un destino
incomprensibile potesse spingere qualcuno a darsi da fare per qualcosa. Anche in
caso di interessi concreti, palpabili, materiali, economici. Perché,
ovviamente, credere che qualcuno possa essere spinto da ideali è veramente da
pazzi. L’esempio di Cristo è lampante, in tal senso: lui era un dio, o almeno
suo figlio, non era un umano, faceva miracoli,
camminava sulle acque. Chi ci crede, qui, che fosse un uomo come gli altri?
(se lo affermano, puta caso, strizzano l’occhio, come a dire “a cu’ ‘a cuntisi” , anche nella versione
“ammia m’a cuntisi”?)
Per concludere questo step,
siamo costretti a consigliare agli aspiranti al calabrian life style una assoluta rinunzia a qualsiasi forma di
impegno ideale, anche se di tipo politico, tranne che questo non venga inteso
come semplice interesse a far carriera in qualche carrozzone elettorale. In tal
caso, l’iperattivo, se non viene preso per pazzo idealista, viene tacciato di
arrivismo insopportabile. Se l’attivista venisse da fuori, abitasse a Roma, non
rompesse le uova nel paniere dell’immobilismo locale, si potrebbe anche
prendere in considerazione (per favori, raccomandazioni, posticini, affarucci), ma se è di qui, muoia!
Step 15.
“Che s’adda fa pe’
campà”, è un motto strettamente consequenziale a quanto esposto supra, step 14: chi si agita mosso da un ideale, è un folle, un “idiota”
alla Dostoyevsky, un illuso senza speranza. Ma chi si contenta di quello che
gli capita, qualunque cosa sia, un posto di scaccino in chiesa o di aiuto
camposantaro, scaccabarozzi del cavolo, esattore di qualche mafia, finto
invalido, organizzatore di eventucci culturali a percentuale, turibolatore (seu turiferario) di incenso di qualche
signorotto locale, cliente e procacciatore di affari, anche se loschi,
procuratore di testimoni falsi in giudizio, se lo fa per campare, è
giustificato, ci sta (come si usa dire oggigiorno in tv): bisogna pur campare. Vivre pour vivre.
Ovviamente, per quanto già si è detto, è senz’altro
tollerabile l’accontentarsi di posizioni sociali di infima categoria, perché se
per campare s’intenda approfittare della cosa pubblica per arricchire
millantando crediti, arraffare prebende, cariche ben retribuite senza merito (o
peggio ancora se con merito), allora ci si ribella! Campare va bene, ma competere
con i bravi cittadini onesti e benestanti, no, non va affatto bene.
“Che s’adda fa pe’
campà” è come una pacca sulle spalle del poaraccio che si arrabatta per
mettere qualcosa sotto i denti, che arranca a vivere, però con la massima
deferenza per chi ce l’ha fatta, per chi conta qualcosa, se saluta e si
inchina, anche solo mentalmente; se sorride e si contenta, purché gli diano
qualche avanzo di vita. Ma se costui non sa stare al suo posto, e osa battute
salaci, o si lamenta delle ingiustizie sociali, o mostra intelligenza di
giudizio, allora non va bene, non va più bene.
Step 16.
Dio esiste, naturalmente, ma se non esistesse sarebbe la
stessa cosa: ci dormiremmo sopra, esattamente come facciamo ora. E’ una
battuta, questa è solo una battuta, si capisce. Certo che esiste, altrimenti
non ci sarebbe neanche la parola.
Tutti sanno, e da sempre, che qui la religione è fatta di
santi e di madonne, di processioni e miracoli, di statue e cerimonie rituali.
Vale più un santo locale, che si conosce e che ci conosce, che ci appartiene,
piuttosto che mille angeli, e un Dio, che manco sa che ci siamo; lo sa, lo sa,
ma sai quanto gliene frega, a Lui! Lui ci ama tutti, ma siamo sei o sette
miliardi, senza contare gli altri stramiliardi di esseri come noi, sparsi per
l’universo, dato che ci saranno miliardi di pianeti tali e quali al nostro,
tutti quanti abitati … non è che crediamo ancora di essere al centro delle centinaia
di miliardi di galassie, come ai tempi di Tolomeo, quando il sole girava
attorno alla terra, vero?
Allora, se abbiamo un santo in Paradiso, teniamocelo caro
caro e non facciamo gli scettici e gli scientisti. I miracoli non esistono?
sono solo una nostra immaginazione? non è giusto che ci siano, perché se no
come mai ad alcuni sì e a tanti altri no? Bisogna crederci, è vero, ma se uno
non ci crede, che colpa ne ha, lui? così uno che ci crede, oltre a questo vantaggio,
acchiappa anche il miracolo?! non è giusto!
Processioni, paramenti sacri, mitrie, incanti,
pellegrinaggi, novene, canti liturgici, dolci benedetti, automobili benedette,
capannoni industriali benedetti, case di civile abitazione benedette, uffici, aziende,
officine meccaniche, negozi, supermercati: tutti benedetti.
Qui la religione è soprattutto adorazione e non amore per
gli altri, che sine operibus mortuus est. “Fate quello che ho fatto
io e avrete la vita eterna”, ha detto Lui, però che fine ha fatto? In croce!
Meglio adorare che fare del bene, perché, come abbiamo detto, “nuffà bene ca male tinni vene”, come è
successo con la croce, appunto. Ecco perché la ‘Ndrina si chiama “Santa”, e gli
‘ndranghetisti, come i cugini mafiosi, si fanno gli altarini a casa e nei covi;
perché un santista è come un santo (come dice la parola stessa), fa le grazie,
ti viene incontro, ti presta, ti risolve i problemi, ti aiuta. Meglio, molto
meglio di un prete.
Poi si sa che in Calabria la religione è un fatto delle donne:
vanno alla messa, fanno la comunione, educano i figli al rispetto della Chiesa,
dei sacramenti, parlano con il prete, gli portano le cose da mangiare e quelle
voluttuarie, si fanno raccomandare quando c’è il bisogno; noi uomini non tanto
pratichiamo la parrocchia, sia perché abbiamo altro da fare, sia perché non
siamo ominicchi e pizzochi. Noi uomini ci diamo da fare per la Chiesa, anche
danarosamente, quando siamo in politica. Allora andiamo in processione,
stampiamo i manifesti, serviamo il Monsignore, diamo l’obolo per il restauro
della Madonna Yx o della santa Ypsilon, sosteniamo il partito della croce,
finanziamo la riffa religiosa per la raccolta di fondi per gli affamati del
Burundi, degli Orfanelli delle Barbados … Insomma, la religione dei mascoli.
Per concludere questo step,
voglio dire che per calabresizzare la vostra vita, dovete
assumere una concezione della religiosità di tipo virile, se
siete mascoli, e di tipo femminile, se, al contrario, siete femmine.
Step 17.
Sud è sesso, si sa, da sempre. Il caldo, il tempo che non
passa mai nelle interminabili giornate estive e nelle altrettanto lunghe nottate
invernali, la mancanza di occupazioni mentali serie, di vita sociale
impegnativa, la tradizionale indolenza del Sud, la ristrettezza dei rapporti
fra donne e uomini, ancora sostanzialmente separati da barriere difficilmente
sormontabili a causa della mancanza di opportunità di lavoro, e quindi di
libertà, per le donne, fanno sì che il sesso sia sempre sognato più che
praticato. Una vera ossessione, ma adesso non più di tanto, perché le cose
cambiano anche qui, nonostante la filosofia corrente, per cui sembra che tutto
rimanga sempre uguale a se stesso, al di là delle apparenze. E cosa c’è di
nuovo, qui? Beh, internet, naturalmente e i telefonini. Il web ha davvero
sconvolto il vecchio panorama del sesso d’antan;
il porno invade anche la sessualità malata di inedia di questi posti e dilaga
nei salotti buoni, compatibilmente con le restrizioni della vita famigliare e
della presenza di mogli e figli; probabilmente prospera soprattutto negli
uffici e studi professionali, dietro le scrivanie preferibilmente scure per via
del tenebroso chic di questi luoghi. Al naturale (live) balbetta nei locali pubblici di tipo notturno, che qua si
chiamano semplicemente “locali”, specie di trappoloni frequentati da quaranta/cinquantenni
con poco da fare durante il giorno e con qualche soldo racimolato chissà come,
anche se non molti. Appresso a poche donne disponibili, talvolta a pagamento
anche solo per esibizioni visive, da privè “in bianco”.
I vecchi ormai fuori da ogni giro si soddisfano
semplicemente guardando in tv le più o meno belle sgambate frequentatrici, la
cui audience è data, in tutta Italia,
proprio da questo tipo di spettatori. Si tratta più che di un sesso parlato,
spiato, sognato come nei vecchi tempi, di una sessualità tutta di occhi, squadernati
davanti a schermi sempre più grandi, a mano a mano che la vista si fa più
flebile e le frequentazioni reali più rare(fatte).
Sud è sempre sesso, oggi come oggi, ma non solo parlato e
vagheggiato, bensì anche (e soprattutto) ammirato, osservato, guardato.
Step 18.
Una volta gli status
symbol erano il palazzo, la villa con le colonne, la carrozza con il tiro a
quattro, il casino di campagna, il salotto con gli specchi, gli ori pompier, le feste in villa, raramente le
grandi biblioteche di libri monstre,
da non leggere, e altro che non ricordo. Ora si possono distinguere nelle
seguenti categorie:
1)
status
symbol mobili, come le auto, un simbolo molto comune ed apprezzato anche
perché diversificabile in un’infinita serie di opzioni; visibile dappertutto e
senza possibilità di oscuramento. Poi c’è la barca, che purtroppo non può
essere vista da tutti, dove non arriva il mare e nemmeno da chi non naviga nel
web (qui ancora la stragrande maggioranza); quindi c’è l’aereo, il Cessna o il
Cessnino, piccolo aereo da diporto, che però è così esclusivo da essere
simbolicamente riservato ad una estrema élite
di appassionati fanatici, che perciò non entrano a far parte della upper class; si tratta di sportivi, una
categoria a parte, che ha un limitato appeal
sociale, qui in Calabria; cui appartengono a pieno diritto i deltaplanisti e
quelli del parapendio o i paracadutisti a caduta libera, oppure i kite, wind, sea surfer, che ne
combinano di belle, anzi pazzesche, ma per un pubblico da spiaggia, che in
città non ha seguito. Un altro simbolo mobile è la donna, ma nel Meridione si
tratta di un orpello difficilmente portabile, perché, nonostante i progressi,
qui l’ambiente è tuttavia molto controllato dal costume, i pregiudizi atavici
sono ancora tenaci, il mercato del sesso asfittico, e le donne non tanto
disponibili per via della loro condizione fortemente minoritaria in senso
sociale, tuttora molto uomo-dipendente. Esibire una bella o bellissima non è né
tanto facile e neppure tanto promozionale: si rischia di passare per nouveaus riches, un po’ cafoni.
2)
status
symbol stabili, che non sono più quelli del passato, i grandi palazzi
signorili, con colonne, portici, patios, parchi e giardini barocchi o
rinascimentali o romantici; bensì ville e villette, sempre con giardino, ma
rigorosamente secretati da grandi siepi fittissime, addirittura di plastica, a
volte, perché la esibizione di opulenza potrebbe attirare i malintenzionati,
sapete com’è. Chi entra, certo, ha da vedere: collezioni di mobili vintage o futuribili, o di antiquariato
e una quadreria da esposizione, e soprammobileria che più esclusiva non si
potrebbe. La villa al mare e quella ai monti o in campagna sono quasi di
rigore. Però tutto senza grande esibizione, senza esposizione mediatica,
perché, nonostante la discrezione del fisco e della guardia di finanza e di
tutte le autorità preposte alla tutela dei pubblici introiti, è meglio non
esagerare, anche qui. Fra gli immobili, anche se scientificamente mobili,
metterei i televisori, il vero, nuovo, iper-to-date
oggetto di culto del giorno di oggi: schermi giganteschi, non più ultrapiatti,
ma leggermente curvi, secondo la curvatura dello spazio einsteiniano;
satellitari, ma senza parabolica (archeologica, oh yeah), collegati a tutti i telefoni e computer e tablet
disponibili nell’area di casa-macchina-moto-barca-villa-ufficio-studio-laboratorio-thinkthanking-garconnière-castingstudios-dépendance-palestra.
3)
status
symbol portabili sono vestiti e gioielli, ma questi è prudente tenerli
chiusi, meglio se in banca, al sicuro nelle cassette di sicurezza, mentre i
vestiti sfarzosi e adeguati a distinguerci socialmente corrono il rischio di
venire confusi con la paccottiglia cinese che rivaleggia all’apparenza con i
prodotti di boutique, come del resto
i gioielli, spesso di bijouterie,
magari copie di originali preziosissimi.
Restano i Rolex, ma si tratta di oggetti
troppo vistosi e sospetti di contraffazione, che, per essere apprezzati, richiedono
particolare competenza, qui merce rara; cosicché l’effetto è limitato a cerchie
infinitesime di estimatori. Cosa ci può essere, ancora? Delle griffes abbiamo già detto parlando degli
abiti: ce lo devono avere scritto sopra a caratteri cubitali, come sulle borse
Vuitton, ma allora si passa per esibizionisti grossier (“cafunazzi”). La risorsa sono i gadget della utensileria elettronica più aggressiva e costosa, come
enormi tablet, smartphone di ultimissima generazione, che dico, non ancora
generati, ma generabili, esclusivi, non ancora in commercio in Italia (o,
ancora meglio, addirittura in Europa). I super
smart electronics sono la vera risorsa, perché dopo qualche giorno sono già
superati e solo i vip si possono permettere il continuo, incessante, diuturno aggiornamento.
Gli scimmiottamenti nelle case modeste sono grotteschi. Mi è capitato giorni fa di entrare nel tinello di una di quelle famiglie, una specie di
covo, pieno di mobili scuri, soffocato dall’odore di cibo, e popolato da
sette/otto persone, più o meno. La gente era ammucchiata nella penombra e,
almeno in mia presenza, non articolava parole, ma versi. Non si sapeva cosa
facessero, là. C’era un enorme schermo televisivo, di un metro per 50
centimetri, acceso su di una partita di calcio. Mi sono scusato della mia
intrusione, che potesse impedire la vista del gioco, ma loro mi hanno
assicurato che non stavano guardando per niente, e che la tv sta sempre accesa
per abitudine (per compagnia, come colonna visiva della loro esistenza
quotidiana, ma soprattutto per esibizione di opulenza posticcia, aggiungo io).
Step 19.
la cultura è tutto ciò che distingue dagli altri, dalla
gente comune, dal popolino, dagli altri, gli ignoranti. Anch’essa uno status symbol, ma di tipo particolare,
non fatto di prodotti di supermercato, cose materiali, oggettistica, merci da
banco o da bancarella, bensì idee, storia, conoscenza, scienza, studi
superiori, sapere; insomma CULTURA. A cosa serve, tutta questa cultura? a
ricordare, a vincere le gare virtuali di citazioni, ad acchiappare quel nome, quel titolo, quel film, quel cantante
di opera o di rock o addirittura pop, perché no: tutto è cultura!
Distingue dalla gente comune, ti fa capire quanto sia
importante elevarsi al di sopra della massa.
Poi, esplica un’altra importante funzione, che è individuale
ma anche sociale, ovvero quella di far passare il tempo, a volte anche
piacevolmente, e con pochi soldi, perché la cultura ha un valore aggiunto
intrinseco molto superiore a quello in danaro. Vai a un teatro? spendi 10 o 20
euro; vai in trattoria e non te n’esci con meno di 30 o 40. A cinema con 7 euro
ce la fai, mentre per una pizza ce ne vogliono 15, senza contare il tempo:
pizza, un’ora, cinema due, e via! Puoi comprare un ottimo libro, con 20 euro
(se ne compri uno di filosofia, anche meno di 10) te lo porti via e ti dura una
settimana, un mese, e anche di più, se è un classico di quelli grossi e
difficili. Ma la cultura non è fatta solo di prezzi e di consumi individuali:
ci sono mercatini del libro usato, mostrine del libro nuovo, dei cd, dei dvd;
mostre di pittura, scultura, disegni architettonici; esposizioni di fotografie
sui temi più vari, anche di carattere internazionale, rassegne di manifesti di
cinema, convegni di ogni sorta, che non costano nulla e spesso offrono anche il
buffet; musei di tutti i generi,
anche di bambole, vecchi giocattoli, oggetti di arte sacra e profana di natura
etnica,
presentazione di libri, che con un paio di ore di fatica ti
consentono di conoscere il succo di un’opera senza doverla comprare e poi
leggere; percorsi guidati fra i monumenti e i centri storici; mostre
gastronomiche, che uniscono alla cultura materiale pensata anche quella
mangiata; feste popolari dove, fra un piatto e l’altro, si discutono i problemi
della convivenza civile e della barbarie umana dilagante; i dibattiti, dove ne
senti di tutti i colori, se ti va, e, se non ti va, ti fai due chiacchiere con
l’amico, sbirci la signora, ti prendi un amaro con qualcuno e socializzi.
Perché con il piccione-cultura prendi almeno due fave: ti
metti sopra l’80 per cento degli altri, che sono ignoranti, e ci passi il tempo.
Per calabresizzarsi bisogna assolutamente evitare di credere
che la cultura sia uno strumento di conoscenza per capire il mondo e
migliorarlo, secondo una idea di progresso, a cui gli uomini di “vera” cultura
storcono il naso con raccapriccio (un’idea superata, vintage).
Step 20.
Tutto fa schifo e tutto è grandioso.
Qua in Calabria non esistono mezze misure, in una concezione
rabelaisiana della vita ed anche donchisciottesca (come proverò a dire più
avanti).
L’atteggiamento del calabrese oscilla fra una concezione
nichilista del mondo, ed una visione grandiosa, mitica delle cose della propria
terra, e dintorni.
Tutto fa schifo, il destino è inesorabile, nulla cambia,
nella sostanza (o “ciccia”, come volgarmente si usa dire in TV, la maestra
negativa -matrigna- degli italiani). Povero Eraclito, non ha proprio mercato,
qui, dove vige il gattopardismo. Tutto muta nelle apparenze, in superficie, ma
nel profondo tutto rimane immutabile e immobile; come il mare, che, increspato
in superficie, è sempre un enorme ammasso di acqua salata. Se lo si desalinizza
per usi alimentari o agricoli, il sale non scompare, ma va a finire da un’altra
parte, anzi dalla medesima parte, ancora il mare, che diventa vieppiù salato,
tanto da rendere difficile la vita anche ai pesci. Vanno avanti sempre quelli
che hanno santi in paradiso, i disonesti, gli arrivisti, i raccomandati.
La raccomandazione è la vera religione di qui.
Poi, stranamente, l’immaginazione, l’ottica, si rivoluziona
radicalmente quando si parla delle proprie ricchezze naturali, nonché delle
opere dell’uomo, quelle monumentali, culturali in senso largo. Qui le
dimensioni si ingigantiscono come nei miti e nelle leggende dell’antichità, per
cui l’Olimpo era alto come il cielo ed il ciclope era tanto gigantesco da poter
divorare gli umani come fossero spiedini alla griglia. I nostri monti
somigliano a quelli dipinti dal grande Le Voci, immensi, alti più delle
montagne himalayane, più delle nuvole alte; come li vede la fantasia di un
bambino. I geni locali (purché emigrati, preferibilmente all’estero) diventano
dei geni assoluti, immensi, incomparabili.
Un po’ alla Don Chisciotte con i mulini a vento. Ed ecco che
il discorso è arrivato al cavaliere dalla triste figura, l’ingenuo paladino
dell’ideale. Qui la sua grandezza è al contrario, e la lancia spuntata è
diretta contro tutto quello che esiste, in un nichilismo quasi totale, che
ammette solo la lotta per la sopravvivenza, anzi il diritto inalienabile alla
sopravvivenza, purché ai livelli più bassi.
Non il cavaliere dell’ideale, ma di una specie di
Apocalisse, da cui non si salva nessuno.
Step 21.
La politica. Oh, la politica è un discorso che qui non si
può nemmeno sfiorare, non ce la faccio, e non per evitare l’inimicizia di tutti
quelli che se ne occupano in maniera professionale o clientelare, ma perché è
un pozzo senza fondo di ovvietà. Si parla di inquinamento della politica da
parte della criminalità organizzata, senza andare fino in fondo con l’analisi e
concludere che non c’è inquinamento, ma commistione, compartecipazione,
cointeressenza, diciamo più prudentemente in maniera criptica intersustanziazione.
Si intende dire che la politica è una mafia, che si chiama, appunto mafia
politica, per distinguerla dalle altre, in base alle sue forme e alle sue
regole. Si tratta di una mafia legale, che spesso scivola fatalmente in quella
contraria alla legge, come quando uno cammina presso lo sterco con un piede e
ci va a finire anche con l’altro.
Questo discorso vale, naturalmente, per la politica in tutto
il territorio nazionale, ma qui ha connotazioni più caratteristiche della mafia
vera e propria, quella storica.
La mafia politica, essendo legale, ha una penetrazione nel
corpo sociale che quella vintage non si
può sognare. Moltissime sono le persone legate al sistema politico-mafioso, qui
al Sud, per via dei favori, dell’assistenza, della fragilità del settore
privato, sempre bisognoso di protezione e sostegno pubblico; il territorio è così
intensamente popolato di emissari dei notabili, dei loro portaborse, dei loro
galoppini, che risulta estremamente difficile non cadere nella rete, diciamo
meglio uscirne o tenersene lontani. Le sue maglie sono capillari e onnipresenti.
Le amministrazioni locali si occupano di circolazione
stradale, rifiuti solidi urbani, assistenza e tasse. E “cultura”, per alimentare il sottobosco dei clientes “colti”, i piccoli manipolatori
dell’opinione pubblica locale, procacciatori di consenso, quelli che danno al
potere politico l’aura della nobiltà di intenti e della promozione dei valori
che contano (nelle forme della paccottiglia di cui si è parlato).
Realizzare questo ultimo step
non è per niente facile, se si vive in regione; altrimenti è facilissimo:
basta non metterci piede.
N.B.
Quello che si dice in questo piccolo libello (quindi
libellino o libelluccio) della Calabria, vero o non vero o meno vero che sia,
si può adattare a tutto il Sud, con qualche piccola variante dovuta al colore
locale; e, con qualche distinguo, a tutta l’Italia. Ciascuno parla di quello
che gli urtica più da vicino.
Calabria-Italia
23 settembre 2015,
h. 16,49
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