giovedì 17 novembre 2016

Lo psicanalista è sbarcato alla Leopolda



(sulla Costituzione Analitica)

Recalcati dimostra indubbiamente di aver abdicato a quell'erotica dell'insegnamento di cui sapientemente lui stesso ha scritto. Dimostra altresì di aver di aver fatto autogol, violando quella "opacità" dell'analista che non solo è la conditio sine qua non del successo terapeutico, ma anche, se non rispettata, l'origine di quella deriva di cui magnificamente si parla nell'articolo (Maurizio Montanari, pp. 25 e 26 di Cronache delle Calabrie del 15 novembre).
Il punto rilevante qui non è ovviamente il venir meno di Recalcati ad uno degli "articoli cardine della costituzione analitica", cosa che interessa a pochi, ma il suo incarnare una deriva o un imbarbarimento tanto più pericoloso quanto più investe i soggetti, anzi i protagonisti, del gotha della cultura (di massa?). 

Presentarsi pubblicamente come l'incarnazione del progresso e della capacità di sognare e, al tempo stesso, stigmatizzare chi occupa l'altro versante del dibattito referendario come masochista o malato significa esprimere qualcosa di più. Forse addirittura la fallacia e il disagio di un'intera civiltà. Quella che ha a che vedere con la sostituzione, come dice Byung-Chul Han ne La società della stanchezza, del dovere con il potere, l'affermarsi, nella società moderna o post-moderna che dir si voglia, di nuove forme, più subdole, di schiavitù: il "tu puoi" è più coercitivo del "tu devi" perché si origina dallo stesso soggetto, lo sfruttatore è lo sfruttato. E il dogma prestazionale e neoliberale si coniuga con una pericolosa e, nei suoi effetti, incontrollabile retorica del fare fine a se stesso, del cambiamento fine a se stesso, del sì progressista contrapposto al no conservatore e mummificante.
Ecco. Questo penso, confusamente e impressionisticamente, a caldo di una lettura rubata alla compilazione di schede e altre incombenze varie dove campeggiano sigle come pdp, bes, dsa, ptof e altre oscenità varie che rubano come sanguisughe il tempo e l'anima di noi insegnanti.

Maria Francesca Piragine
(15 Novembre 2016)

 

(sul godimento della distruzione)

Non avevo visto integralmente l'intervento di Recalcati. Adesso che l'ho fatto, (...) le mie riserve sono più fondate e la sensazione che mi resta addosso è quella del fastidio che mi suscitano le mezze verità, l'uso enfatico del linguaggio, l'applicazione di categorie psicologiche alla politica, la parola che vola leggera su postulati tanto dogmatici e granitici quanto taciti.
Bravo è bravo. Oratore brillante e non solo. Come non essere d'accordo con lui quando asserisce che solo innovando si resta fedeli al proprio passato, quando (ex cathedra) ci spiega che la differenza la fa il modo di interpretare l'eredità e la fedeltà? Chi di noi sposerebbe un'idea di fedeltà (rispetto al passato, alla Costituzione, ad un partner) come venerazione immobile e ossequiosa? (...)
Il problema è che muovendo da questo assunto, tanto condivisibile da rasentare l'ovvio, poi passa in modo manicheo e infantile ad attribuire questa verità allo schieramento referendario di cui fa parte, trattando l'altra sponda come se fosse un monolite e bollandola come massimalista e conservatrice. Ma in quale iperuranio vive?
Come pure: quando parla dei "sintomi" della "sinistra del no", fa presto a raccogliere applausi parlando del masochismo di certa sinistra massimalista, del "godimento della distruzione". Storicamente è in parte vero, ma, nel caso di specie, mi sembra che manchi totalmente il bersaglio. D'altronde non entra mai nel merito delle ragioni del sì e del no. Come a dire che siccome voler riformare la Costituzione non significa profanarla (verissimo), è del tutto superfluo entrare nel merito delle riforme che vengono proposte!
Diventa poi addirittura preoccupante quando parla del paternalismo saccente. Non sembra in preda ad un delirio proiettivo? Non contento rincara la dose del paradosso narcisistico e ci fa la lectio sul vizio di chi fa sempre la lezione ai giovani. E poi parla per slogan: gli "altri" odiano la giovinezza (chi sono gli altri? la sinistra del pd? I pentastellati? I cittadini che non si riconoscono in nessuno schieramento politico ma non credono in Renzi?); i giovani rischiano di essere sequestrati dal cinismo dell'antipolitica (qui il riferimento è più chiaro). 
Mi sembra che Recalcati, di cui in passato ho apprezzato molte cose, riesca a riesumare la retorica più stantia di stampo giovanilista. Matteo Renzi è forse "giovane"? A parte il dato anagrafico, è portatore di una politica "giovane"? 
Come a dire che basta mettere più donne in parlamento per fare politiche in favore delle donne! (Sto diventando didascalica e prolissa, ma quando scrivo di getto come una furia incalzata dai reclami di mia figlia mi capita)
L'apoteosi è la chiusa del nostro oratore, la sua lezione di stile: Matteo sa parlare ai giovani perché è un poeta e la giovinezza si conquista con il sogno. Sic!
Insomma, parole inutili le mie, (...) In due parole: mi è sembrato un lapsus.

Maria Francesca Piragine
(16 novembre)

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